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Macbeth (The Tragedy of Macbeth, Roman Polanski, 1971)

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Un mese fa, all'incirca, ho avuto modo di vedere Macbeth (Justin Kurzel, 2015) e, nonostante la presenza del bellissimo Michael Fassbender, non mi è piaciuto . Cercherò di non dilungarmi troppo, perché non mi dà soddisfazione parlare male di un film e inoltre questo post dovrebbe parlare di altro: dirò semplicemente che, tralasciando i bellissimi costumi e la fotografia patinata, la regia non mi è sembrata in grado di sfruttare un'idea pure interessante come quella di rendere le celebri parole del Bardo alla maniera di una cantilenante preghiera, un tentativo, forse, di tracciare una specie di cerchio magico, richiamando l'aura religiosa tipica delle tragedie antiche . L'australiano Kurzel sembra perdersi nel testo, incapace di dominarlo, i piani e i campi sembrano scelti piuttosto casualmente, accoppiando spesso primi piani e battute tipicamente teatrali in un modo che finisce per risultare forzato. Il ripetuto utilizzo del ralenti durante le scene di battaglia,...

L'uomo nell'ombra (The Ghost Writer, Roman Polanski, 2010)

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Che Roman Polanski sia un grande appassionato del cinema di Alfred Hitchcock non pare certo un mistero se si pensa al suo modo di gestire la narrazione e le inquadrature; eppure Frantic (Roman Polanski, 1988), il primo film da lui girato richiamandosi apertamente allo stile del maestro inglese , finiva, secondo me, pur essendo ben girato e ben diretto, per sembrare poco più di un'imitazione . All'interno della trama c'erano tantissimi degli elementi più tipici del cinema hitchcockiano , come l'oscuro intrigo politico, l'uomo qualunque trascinato per errore o per caso in una situazione più grande di lui ed ingiustamente accusato di un crimine che non ha commesso (Harrison Ford), un'intrigante giovane donna bionda (Emmanuelle Seigner), uno scambio di persona, un oggetto misterioso. Eppure, strano a dirsi pensando a film come L'inquilino del terzo piano , Carnage e Venere in pelliccia , quello che mancava era quel tocco di sotterranea perfidia che, anc...

Levin e Polanski, ovvero di chi è il bambino di Rosemary

L'opinione comune generalmente sostiene che «il libro è sempre meglio del film» ma, personalmente, trovo che sia un punto di vista un po' troppo rigido. Un'opera d'ingegno (non necessariamente d'arte) vive nel momento in cui viene rielaborata, analizzata, reinterpretata; altrimenti, come tutte le cose che rifiutano di evolvere, muore. La prima forma che essa assume è sempre ed indiscutibilmente la migliore? Prendiamo ad esempio Rosemary's Baby, romanzo di Ira Levin pubblicato nel 1966 e poi trasposto in lungometraggio sotto la direzione di Roman Polanski, appena giunto in territorio americano, nel 1968. Secondo la mia modesta opinione, il romanzo ha il grande pregio di avere un'ottima idea di fondo (debitrice sicuramente dello zeitgeist) che tuttavia finisce per essere castrata dal fatto stesso di essere espressa in una forma letteraria. Tralasciando del tutto l'aspetto stilistico, impossibile da analizzare in una traduzione che (almeno per quanto rigu...