Jurassic World (Colin Trevorrow, 2015)
Guida rapida per una visione ottimale
di Jurassic World: avvolgetevi completamente nella vostra sospensione
dell'incredulità (non dimenticate i piedi), ficcate il vostro senso
logico sotto la poltrona del cinema con una pedata, invitate un bel
po' di amici e concordate l'abolizione del silenzio in sala.
Jurassic World inizia nel migliore dei
modi possibili per essere il quarto capitolo di una saga tra le più
famose della storia recente del cinema: in medias res, risparmiando
allo spettatore poco interessanti spiegazioni di perché e percome,
presentando i personaggi all'interno dello svolgimento della vicenda.
Un altro punto positivo, almeno per chi scrive, è il permanere di
una certa autocritica del capitalismo e del consumismo, fortemente
evidente già in Jurassic Park. I visitatori del parco vogliono
dinosauri più grossi, più feroci e con più denti: presumibilmente,
vale lo stesso anche per gli spettatori in sala. L'Indominus rex è
la risposta data contemporaneamente al pubblico fittizio ed a quello
reale, e la sceneggiatura parla ad entrambi in più modi. La sequenza
dell'arrivo dei due ragazzini protagonisti ad Isla Nublar è la
visualizzazione di un sogno che ha abitato la mente di qualunque
bambino abbia posseduto una videocassetta di Jurassic Park: come
sarebbe il parco? Che cosa si proverebbe a visitarlo? Quali
attrazioni sarebbero presenti? A vent'anni di distanza abbiamo la
risposta, ed essa ha più di una somiglianza con quelle vecchie pubblicità di Disneyland Paris presenti sulle VHS Disney: qui su
She's overbored non crediamo che sia un caso. Il pubblico di
riferimento di Jurassic World ne conserva sicuramente qualche
ricordo. Il personaggio di Ty Simpkins, Gray, rappresenta in un certo senso il
ritornar bambino dello spettatore cresciuto a Gameboy e dinosauri.
La trama, tutto sommato, è
estremamente semplice, e funziona in virtù del fatto che il film,
pur durando due ore, scorre a velocità supersonica da una scena
d'azione ad un'altra: manca il tempo per mettersi a pensare e spesso
e volentieri non ci si può trattenere dal ridere e commentare.
Alcune trovate visive sono fantasiose e divertenti e si esce dalla
sala contenti. L'azione ben diretta e coreografata non manca, gli
effetti speciali di ottima fattura (tra i quali fanno il loro gradito
ritorno una manciata di animatronic) nemmeno. È un giudizio
totalmente positivo il mio, allora? Non proprio.
Con lo scorrere dei minuti il film fa
sempre più affidamento su un'ingombrante nostalgia che limita le sue
possibilità di svilupparsi in quanto pellicola autonoma e non
soltanto come sequel di un film di ventidue anni fa: il tema di John
Williams è sempre bellissimo (e, personalmente, lo ascolto più o
meno una volta alla settimana) ma risulta essere soltanto un
richiamo, nemmeno troppo velato, al suo predecessore del 1993. Chris
Pratt interpreta con la giusta dose di sfacciataggine il suo
personaggio, mentre quello della sua controparte femminile, Bryce
Dallas Howard, non riesce mai ad affrancarsi dal suo stereotipo di donna
in carriera frigida ed efficiente. Il primo dialogo tra i due,
criticato da Joss Whedon come sessista alla sua uscita come clip
promozionale sul web, mostra due personaggi troppo rigidamente
incasellati nei loro ruoli e poco vivi: è giusto dire, però, che
nel corso della vicenda le cose migliorano un po', anche se
continueremo a chiederci perché la povera Claire debba farsi
inseguire da un T-rex inerpicata su uno scomodissimo paio di tacchi.
La dottoressa Ellie con le sue Timberland era molto meglio
equipaggiata per fuggire da un attacco di Velociraptor e molto più
credibile. La relazione meglio sviluppata del film non è, in ogni
caso, romantica: il progressivo avvicinamento dei due fratelli, Gray
e Zach, coronato da un abbraccio, rimane certamente più impresso
nella mente dello spettatore che il frettoloso bacio tra Owen e
Claire (anche se gli ultimi fotogrammi a loro dedicati sono comunque
degni di nota in quanto a composizione, e forse un richiamo a I
predatori dell'arca perduta).
Il problema più grosso dell'intera
operazione, almeno per me, è qualcosa che già era presente in
Jurassic Park III: i dinosauri di Jurassic Park erano animali (anche se ibridi), nella maggior parte dei casi feroci, ma non mostri.
Il Tyrannosaurus rex che usciva ruggendo dalla recinzione
assomigliava ad un fiume che rompe gli argini: un fenomeno naturale
che gli uomini non possono avere la presunzione di controllare, del
tutto indifferente alla nostra esistenza come la Natura dell'operetta
morale leopardiana.
Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.
Dialogo della Natura e di un Islandese, Giacomo Leopardi, Operette morali
Al T-rex di Jurassic Park non importava
per nulla di salvare il dottor Grant e i suoi compari: se non avesse
dovuto liberarsi di quei fastidiosi Velociraptor, non ci avrebbe
pensato due volte prima di inseguirli o tentare di divorarli, come
era nella sua natura di predatore. Il fatto che gli umani alla fine
si fossero salvati era una coincidenza, un colpo di fortuna offerto loro
dalle leggi naturali: i due predatori erano troppo impegnati a
combattersi. Questa concezione della natura come entità indifferente
alle azioni e ai destini degli uomini ritornerà poi nel Godzilla di
Gareth Edwards, che ha dichiarato – certamente non per caso – di
essersi molto ispirato al film di Steven Spielberg. I dinosauri
restano animali anche nel seguito, Il mondo perduto, in cui uno dei
temi centrali continua ad essere il rapporto dell'uomo moderno con la
natura. La differenza tra animale e mostro si infrange
definitivamente nel terzo capitolo: la comunicazione tra
Velociraptor, così intuitivamente comprensibile, li rende troppo
umani e troppo poco bestiali, lontanissimi dalla spaventosa ed
imprevedibile intelligenza delle tre Velociraptor dell'originale, che
le faceva (con ben più di una ragione) rassomigliare al grande
squalo bianco di Jaws.
You know the thing about a shark, he's got... lifeless eyes, black eyes, like a doll's eye. When he comes at ya, doesn't seem to be livin'. Until he bites ya and those black eyes roll over white. And then, ah then you hear that terrible high pitch screamin' and the ocean turns red and spite of all the poundin' and the hollerin' they all come in and rip you to pieces.
Lo squalo (Jaws, Steven Spielberg, 1975)
In Jurassic World i dinosauri
comunicano tra loro e addirittura si esprimono in maniere
comprensibili agli esseri umani, sfiorando in più di un'occasione il
cartone animato e facendo scricchiolare la loro credibilità di
lucertole terribili: il finale sfiora i profondi abissi del trash.
È anche possibile, tuttavia,
interpretare l'umanizzazione dei dinosauri in un altro senso:
potrebbe darsi che ci sia ora possibile comprenderli perché sono i
nostri beniamini da quando eravamo piccoli ed impallinati con la
paleontologia, a un punto tale che possiamo quasi ritenerli amici?
Dopotutto quante volte nella nostra infanzia abbiamo giocato ad
essere un T-rex od un Velociraptor? Perché ora, dopo tutti questi anni di amore, non potrebbero esserci alleati? Va detto che vedere un Velociraptor addestrato a rispondere ai comandi come un cane è sicuramente divertente (e anche lievemente inquietante: l'instabilità della situazione è piuttosto evidente a tutti, fatta eccezione per il personaggio di Vincent D'Onofrio).
Sarebbe comunque ingiusto, al di là di
tutte le possibili critiche, giudicare Jurassic World un film poco
riuscito: infatti raggiunge pienamente il suo intento, cioè quello
di essere un blockbuster leggero, fracassone e divertente da
commentare ad alta voce con gli amici. È un film memorabile?
Certamente no, ma questo non lo rende meno godibile.
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