martedì 21 luglio 2015

Babadook (The Babadook, Jennifer Kent, 2014)

Which connects to the idea that The Babadook is a horror movie, but it’s first and foremost about Amelia and Sam. 
Yeah, and I understand that The Babadook is being sold as a horror film. Films need to be sold throughout the world, and they need to reach an appropriate audience, but, for me, I never approached this as a straight horror film. I always was drawn to the idea of grief, and the suppression of that grief, and the question of, how would that affect a person? I like stories that are heightened and have a mythical quality, which is why I didn’t just keep it in the psychological realm—it skips over into this other realm of supernatural mythology. But at the core of it, it’s about the mother and child, and their relationship.

The Year's Best Horror Movie? It's This Australian Creepshow, Hands Down
Esiste un longevo filone, all'interno del genere horror, fatalmente attratto dai lati oscuri del femminile: il che non dovrebbe stupirci particolarmente, se pensiamo che uno degli obbiettivi di un buon horror è incrinare le nostre più radicate certezze (almeno per un paio d'ore), e il mito della donna come madre è qualcosa che, dalla Venere di Willendorf alla Vergine Maria, percorre tutta la storia del genere umano.


Scritto e diretto da Jennifer Kent, Babadook nasce come espansione di un corto diretto dalla stessa Kent nel 2005, Monster. Se sul significato del nome Babadook l'Internet Movie Database fornisce svariate ipotesi, tra le quali la più semplice è che sia un anagramma di “a bad book”, l'ispirazione dietro l'aspetto del mostro è chiara: il costume di Lon Chaney Sr in London After Midnight, film muto del 1927 andato definitivamente perduto nel 1967 durante un incendio nei magazzini della MGM.


Babadook appare, più che come un film dell'orrore ortodosso, come un dramma psicologico che utilizza topos e stilemi del cinema di paura per raccontare la storia di una donna isolata e depressa, divenuta vedova e madre lo stesso giorno in circostanze traumatiche, e che proprio a causa di ciò non riesce ad occuparsi di un figlio dal carattere difficile che nelle sue assillanti richieste di attenzioni mostra di percepire il distacco materno, sofferto e pieno di sensi di colpa. I tanti impietosi primissimi piani sul volto di Amelia (un'ottima Essie Davis) mettono in evidenza la stanchezza impressa nelle rughe e nelle occhiaie del suo volto. Il piccolo budget di due milioni e mezzo di dollari (trecentomila dei quali raggranellati tramite Kickstarter) è utilizzato fino in fondo, come è evidente nella cura della fotografia e della scenografia; la casa di Amelia è desolata e soffocante, tinta di lugubre nero e livido azzurro, lo scenario perfetto per la manifestazione di un mostro che non è altro che la proiezione delle fantasie più inconfessabili di una donna giunta al limite estremo della sopportazione. Il film raggiunge i suoi migliori risultati quando lascia che siano gli ambienti e le atmosfere a suggestionarci, a spingerci a rabbrividire: presentiamo che qualcosa di orribile sta per accadere, lo immaginiamo acquattato dietro le porte, nascosto nelle ombre, mimetizzato nel silenzio. Quando invece la narrazione diventa più esplicita qualcosa sembra perdersi, le citazioni da altri celebri horror (come Shining e L'esorcista) ci sembrano troppo familiari, e la catastrofe che infine, dopo tanta attesa, arriva forse non è abbastanza catartica per farci saltare sulla poltrona. In ogni caso, il finale redime tali difetti con una trovata non banale e, in un certo senso, commovente: non è possibile liberarsi del tutto della depressione, ma è possibile tuttavia tenerla a bada, ricordandosi, ogni tanto, di portarle da mangiare.


domenica 14 giugno 2015

Jurassic World (Colin Trevorrow, 2015)

Guida rapida per una visione ottimale di Jurassic World: avvolgetevi completamente nella vostra sospensione dell'incredulità (non dimenticate i piedi), ficcate il vostro senso logico sotto la poltrona del cinema con una pedata, invitate un bel po' di amici e concordate l'abolizione del silenzio in sala.


Jurassic World inizia nel migliore dei modi possibili per essere il quarto capitolo di una saga tra le più famose della storia recente del cinema: in medias res, risparmiando allo spettatore poco interessanti spiegazioni di perché e percome, presentando i personaggi all'interno dello svolgimento della vicenda. Un altro punto positivo, almeno per chi scrive, è il permanere di una certa autocritica del capitalismo e del consumismo, fortemente evidente già in Jurassic Park. I visitatori del parco vogliono dinosauri più grossi, più feroci e con più denti: presumibilmente, vale lo stesso anche per gli spettatori in sala. L'Indominus rex è la risposta data contemporaneamente al pubblico fittizio ed a quello reale, e la sceneggiatura parla ad entrambi in più modi. La sequenza dell'arrivo dei due ragazzini protagonisti ad Isla Nublar è la visualizzazione di un sogno che ha abitato la mente di qualunque bambino abbia posseduto una videocassetta di Jurassic Park: come sarebbe il parco? Che cosa si proverebbe a visitarlo? Quali attrazioni sarebbero presenti? A vent'anni di distanza abbiamo la risposta, ed essa ha più di una somiglianza con quelle vecchie pubblicità di Disneyland Paris presenti sulle VHS Disney: qui su She's overbored non crediamo che sia un caso. Il pubblico di riferimento di Jurassic World ne conserva sicuramente qualche ricordo. Il personaggio di Ty Simpkins, Gray, rappresenta in un certo senso il ritornar bambino dello spettatore cresciuto a Gameboy e dinosauri.


La trama, tutto sommato, è estremamente semplice, e funziona in virtù del fatto che il film, pur durando due ore, scorre a velocità supersonica da una scena d'azione ad un'altra: manca il tempo per mettersi a pensare e spesso e volentieri non ci si può trattenere dal ridere e commentare. Alcune trovate visive sono fantasiose e divertenti e si esce dalla sala contenti. L'azione ben diretta e coreografata non manca, gli effetti speciali di ottima fattura (tra i quali fanno il loro gradito ritorno una manciata di animatronic) nemmeno. È un giudizio totalmente positivo il mio, allora? Non proprio.
Con lo scorrere dei minuti il film fa sempre più affidamento su un'ingombrante nostalgia che limita le sue possibilità di svilupparsi in quanto pellicola autonoma e non soltanto come sequel di un film di ventidue anni fa: il tema di John Williams è sempre bellissimo (e, personalmente, lo ascolto più o meno una volta alla settimana) ma risulta essere soltanto un richiamo, nemmeno troppo velato, al suo predecessore del 1993. Chris Pratt interpreta con la giusta dose di sfacciataggine il suo personaggio, mentre quello della sua controparte femminile, Bryce Dallas Howard, non riesce mai ad affrancarsi dal suo stereotipo di donna in carriera frigida ed efficiente. Il primo dialogo tra i due, criticato da Joss Whedon come sessista alla sua uscita come clip promozionale sul web, mostra due personaggi troppo rigidamente incasellati nei loro ruoli e poco vivi: è giusto dire, però, che nel corso della vicenda le cose migliorano un po', anche se continueremo a chiederci perché la povera Claire debba farsi inseguire da un T-rex inerpicata su uno scomodissimo paio di tacchi. La dottoressa Ellie con le sue Timberland era molto meglio equipaggiata per fuggire da un attacco di Velociraptor e molto più credibile. La relazione meglio sviluppata del film non è, in ogni caso, romantica: il progressivo avvicinamento dei due fratelli, Gray e Zach, coronato da un abbraccio, rimane certamente più impresso nella mente dello spettatore che il frettoloso bacio tra Owen e Claire (anche se gli ultimi fotogrammi a loro dedicati sono comunque degni di nota in quanto a composizione, e forse un richiamo a I predatori dell'arca perduta).
Il problema più grosso dell'intera operazione, almeno per me, è qualcosa che già era presente in Jurassic Park III: i dinosauri di Jurassic Park erano animali (anche se ibridi), nella maggior parte dei casi feroci, ma non mostri. Il Tyrannosaurus rex che usciva ruggendo dalla recinzione assomigliava ad un fiume che rompe gli argini: un fenomeno naturale che gli uomini non possono avere la presunzione di controllare, del tutto indifferente alla nostra esistenza come la Natura dell'operetta morale leopardiana.
Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.

Dialogo della Natura e di un Islandese, Giacomo Leopardi, Operette morali


Al T-rex di Jurassic Park non importava per nulla di salvare il dottor Grant e i suoi compari: se non avesse dovuto liberarsi di quei fastidiosi Velociraptor, non ci avrebbe pensato due volte prima di inseguirli o tentare di divorarli, come era nella sua natura di predatore. Il fatto che gli umani alla fine si fossero salvati era una coincidenza, un colpo di fortuna offerto loro dalle leggi naturali: i due predatori erano troppo impegnati a combattersi. Questa concezione della natura come entità indifferente alle azioni e ai destini degli uomini ritornerà poi nel Godzilla di Gareth Edwards, che ha dichiarato – certamente non per caso – di essersi molto ispirato al film di Steven Spielberg. I dinosauri restano animali anche nel seguito, Il mondo perduto, in cui uno dei temi centrali continua ad essere il rapporto dell'uomo moderno con la natura. La differenza tra animale e mostro si infrange definitivamente nel terzo capitolo: la comunicazione tra Velociraptor, così intuitivamente comprensibile, li rende troppo umani e troppo poco bestiali, lontanissimi dalla spaventosa ed imprevedibile intelligenza delle tre Velociraptor dell'originale, che le faceva (con ben più di una ragione) rassomigliare al grande squalo bianco di Jaws.
You know the thing about a shark, he's got... lifeless eyes, black eyes, like a doll's eye. When he comes at ya, doesn't seem to be livin'. Until he bites ya and those black eyes roll over white. And then, ah then you hear that terrible high pitch screamin' and the ocean turns red and spite of all the poundin' and the hollerin' they all come in and rip you to pieces.

Lo squalo (Jaws, Steven Spielberg, 1975)

In Jurassic World i dinosauri comunicano tra loro e addirittura si esprimono in maniere comprensibili agli esseri umani, sfiorando in più di un'occasione il cartone animato e facendo scricchiolare la loro credibilità di lucertole terribili: il finale sfiora i profondi abissi del trash.


È anche possibile, tuttavia, interpretare l'umanizzazione dei dinosauri in un altro senso: potrebbe darsi che ci sia ora possibile comprenderli perché sono i nostri beniamini da quando eravamo piccoli ed impallinati con la paleontologia, a un punto tale che possiamo quasi ritenerli amici? Dopotutto quante volte nella nostra infanzia abbiamo giocato ad essere un T-rex od un Velociraptor? Perché ora, dopo tutti questi anni di amore, non potrebbero esserci alleati? Va detto che vedere un Velociraptor addestrato a rispondere ai comandi come un cane è sicuramente divertente (e anche lievemente inquietante: l'instabilità della situazione è piuttosto evidente a tutti, fatta eccezione per il personaggio di Vincent D'Onofrio).


Sarebbe comunque ingiusto, al di là di tutte le possibili critiche, giudicare Jurassic World un film poco riuscito: infatti raggiunge pienamente il suo intento, cioè quello di essere un blockbuster leggero, fracassone e divertente da commentare ad alta voce con gli amici. È un film memorabile? Certamente no, ma questo non lo rende meno godibile.   

mercoledì 6 maggio 2015

La paura è donna

Ho scritto questo articolo per il giornalino scolastico nel 2009; stasera m'è capitato sotto gli occhi e ho deciso di riesumarlo, nonostante sia tentata di correggerlo (ma non lo farò). Parlare di donne e horror mi è sempre piaciuto molto, nel caso in cui non l'aveste notato. Sono temi su cui continuo ad avvolgermi come un serpente.
Buona lettura.

La paura è donna 

L’horror offre allo spettatore attento, nelle sue sfumature migliori (nonostante sia oggi un genere fortemente in crisi qualitativa), molti spunti di riflessione parafilosofica. Ad esempio, qualunque persona abbia visto una certa quantità di horror demoniaci o di tortura (o anche fantastici, come può essere considerato Denti) potrà osservare che le donne hanno spesso un ruolo fondamentale nello svolgimento della trama; a volte sono vittima del male (L’Esorcista, Dracula, Rosemary’s Baby, The Others), a volte carnefice (Audition), a volte sono protagoniste sia come vittime che come spiriti (Dark Water, The Ring, The Grudge). Perché si verifica questa ricorrenza? Forse la donna è associata, nell’inconscio maschile, all’orrore, alla paura, all’occulto, ad avvenimenti inspiegabili?
È ben risaputo che sono le donne ad esprimere maggiormente i loro sentimenti, anche quando questi sono molto negativi, quasi perversi. Possiamo osservarlo nella Catherine di Cime Tempestose, che perde il lume della ragione in una delle sue crisi nervose, e nella Marina di Malombra, che giunge all’omicidio nella folle convinzione di essere la reincarnazione di una sua ava, imprigionata dal marito nelle sue camere a causa di un tradimento. I primi casi di isteria e nevrosi studiati dalla psicanalisi e dalla psichiatria furono osservati su donne. Nell’antica Grecia, era un gruppo di donne, le Baccanti, a seguire Dioniso, dio dei piaceri e del vino (potremmo anche associarlo alla vita terrena, e le donne sono la culla di questa), in preda ad una pazzia estatica. Sembra superfluo citare streghe e maghe, da Circe, a Morgana, alla Dama del Lago, a Calipso. È chiaro quindi che le donne possono, in qualche modo, essere associate alla follia ben più degli uomini. La possessione demoniaca sperimentata dalla giovane Regan McNail nell’Esorcista si manifesta, agli inizi, con i segni di un disturbo mentale, nonostante più tardi diventerà impossibile per gli psichiatri spiegare in modo scientificamente plausibile i sintomi sempre più terrificanti e incontrollabili che la bambina mostra. La gestualità dei fantasmi giapponesi e coreani richiama quelli di donne vittime di psicosi. Anche in Dracula le donne morse dal conte appaiono in uno stato di prostrazione mentale. La donna è, agli occhi dell’uomo, manifestazione di ciò che è nascosto, e che non può essere rivelato, nella nostra mente. È manifestazione di un male oscuro, senza sede, un male che prende la mente e il cuore e distrugge senza posa, senza che vi sia modo di trovare una cura.
Del resto, la donna presenta all’uomo altri misteri inquietanti: i suoi organi sessuali sono interni, bui, misteriosi; l’unico modo in cui si manifestano al mondo esterno è il sangue mestruale, scuro e denso. Ogni creatura umana proviene sicuramente dall’utero di una donna; potremmo dire che esso è la terra natia di ogni uomo. È un elemento di disturbo il fatto che un organo così vivifico si manifesti attraverso periodiche colate di sangue. Inoltre, l’uomo nutre spesso un’inconscia paura della donna in ambito sessuale. La vagina, porta dell’utero, deve essere conquistata, e può essere una conquista con risvolti drammatici, come è ben visibile in Denti (e nella leggenda, realmente esistente, della vagina dentata, a cui il film si ispira). L’utero è anche il buio primordiale da cui nascono mostri di cui anche la donna ignora la vera natura. Spesso non sa di portare letteralmente una serpe in seno, come accade in Rosemary’s Baby (anche se potremmo ritrovare una spiegazione psicologica della vicenda descritta nel film nel timore di dare alla luce figli mostruosi provato da ogni puerpera, per quanto questo sia un film su cui le cose da dire sono veramente troppe per essere riassunte in una parentesi).
Prima di essere donne, tutte noi siamo bambine, ed esse sono simbolo di estrema purezza in quasi tutta la letteratura e la filmografia moderna ed antica. Lewis Carroll, autore di Alice nel Paese delle Meraviglie, amava fotografare bambine e corrispondere con esse finché non raggiungevano la maturità. Eppure, gli esseri umani sono spesso peggio delle bestie e calpestano il fiore di tanta purezza. Subito, quindi, salta all’occhio la Sadako di Ringu (Samara nella versione americana), bambina incompresa ed annegata dalla madre adottiva, non amata ma ferita dalla persona a lei più cara. E potremmo citare, sempre dello stesso regista, Dark Water, storia di fantasmi le cui protagoniste principali sono tutte donne. In questo caso le bambine, le donne ferite nella loro purezza sono almeno tre, in piani temporali diversi che poi andranno a intrecciarsi nello scorrere della pellicola. Emblematica la scena in cui la protagonista, Dahlia, entra nell’appartamento appartenuto ai genitori di una bambina misteriosamente scomparsa e che sembra essere rimasta, dopo la presumibile morte, nell’edificio. Uno dei modi con cui manifesta la sua presenza è l’acqua (come si scoprirà più avanti, questo elemento è legato alle circostanze del suo decesso), che crea infiltrazioni e fenomeni di difficile spiegazione. Dahlia apre la porta dell’appartamento e lo trova completamente allagato. Nel bagno incontrerà la propria madre com’era negli anni della sua infanzia problematica, ovvero in preda agli effetti dell’alcol, e questa proiezione materna la insulterà ripetendo una scena che la protagonista invano cercava di scordare. L’acqua è il legame che unisce la storia di Dahlia a quella di sua madre e a quella della bambina scomparsa; tre generazioni di donne sono riunite davanti a traumi tra loro molto simili, ma con conseguenze molto diverse. Nell’acqua muore anche la piccola Sadako. L’acqua è ciò in cui la vita nasce; il feto è immerso nel liquido amniotico. Sadako e Natasha (il piccolo fantasma di Dark Water), muiono nell’acqua a causa dei loro genitori; vi si può forse vedere un forte simbolismo, poiché i loro stessi genitori le rifiutano e le riportano a forza nell’utero materno della terra, l’acqua, come a voler negare la loro nascita.
Potremmo dire che il potere di dare la vita ci mette in contatto con realtà terrene più profonde di quanto è normalmente visibile all’uomo; prendiamo parte alla sfera dionisiaca dell’universo. Non è un caso, secondo me, che le prime divinità attestate siano Dee Madri, divinità benevole o malevole, capaci di dare vita o morte con la prosperità o la carestia.


Fonti:

L’Esorcista, un film di William Friedkin. Con Lee J. Cobb, Max von Sydow, Ellen Burstyn, Linda Blair, Jason Miller. Titolo originale The Exorcist. Horror, durata 120 min. - USA 1973.
Rosemary’s Baby, un film di Roman Polanski. Con Ruth Gordon, Sidney Blackmer, Mia Farrow, Maurice Evans, John Cassavetes. Drammatico, durata 137 min. - USA 1968.
The Others, un film di Alejandro Amenábar. Con Nicole Kidman, Fionnula Flanagan, Christopher Eccleston, Alakina Mann, James Bentley.
Horror, durata 95 min. - USA 2001.
Audition, un film di Takashi Miike. Con Ryo Ishibashi, Eihi Shiina, Tetsu Sawaki, Jun Kunimura, Miyuki Matsuda, Toshie Negishi. Titolo originale Odishon. Horror, durata 111 min. - Giappone, Corea del sud 1999.
Dark Water, un film di Walter Salles. Con Jennifer Connelly, Ariel Gade, John C. Reilly, Tim Roth, Dougray Scott. Horror, durata 105 min. - USA 2005.
The Ring, un film di Gore Verbinski. Con Naomi Watts, Brian Cox, Martin Henderson, David Dorfman, Jane Alexander (I) Horror, durata 110 min. - USA 2002.
The Grudge, un film di Takashi Shimizu. Con Sarah Michelle Gellar, Jason Behr, William Mapother, Clea Duvall, KaDee Strickland. Horror, durata 96 min. - USA, Giappone 2004.
Come accade spesso per i film giapponesi, per Dark Water, The Ring e The Grudge esistono gli originali orientali, spesso molto più interessanti.
Dark Water, un film di Hideo Nakata. Con Hitomi Kuroki, Rio Kanno, Mirei Oguchi, Asami Mizukawa, Fumiyo Kohinata, Yu Tokui, Isao Yatsu. Titolo originale Honogurai mizu no soko kara. Horror, durata 101 min. - Giappone 2002.
Ringu, un film di Hideo Nakata. Con Nanako Matsushima, Miki Nakatani, Hiroyuki Sanada, Yuko Takeuchi. Titolo originale Ringu. Horror, durata 96 min. - Giappone 1998.
Ju-on - Rancore, un film di Takashi Shimizu. Con Yûrei Yanagi, Chiaki Kuriyama, Hitomi Miwa, Asumi Miwa, Takako Fuji. Horror, durata 70 min. - Giappone 2000.
Denti, un film di Mitchell Lichtenstein. Con Jess Weixler, John Hensley, Josh Pais, Hale Appleman, Lenny von Dohlen. Titolo originale Teeth. Horror, durata 88 min. - USA 2007.
Dracula, Bram Stoker, Rizzoli, classici Bur, Milano 2004.
Cime Tempestose, Emily Brontë, Rizzoli, classici Bur, Milano 2004.
Malombra, Antonio Fogazzaro, Mondadori, Oscar classici, Milano 1984.

venerdì 1 maggio 2015

Zodiac e Amabili resti: che cosa succede quando "omicidio" non equivale a "thriller"

Noi spettatori siamo animali abitudinari, anche se ci ostiniamo a negarlo con una certa frequenza. Quando ci accomodiamo sulla poltrona del cinema vogliamo assistere ad uno spettacolo che sia insieme nuovo e familiare, vogliamo sentirci a casa e nello stesso tempo a mille miglia da essa. Non siamo certo facili da accontentare. Qualche volta ci capita di trovarci di fronte un film che non rispetta questo nostro modo di pensare: non riusciamo ad incasellarlo nelle nostre strutture predefinite, ci confonde e per questo, spesso, non riesce a parlarci e finisce per non piacerci. Personalmente trovo che questo tipo di fenomeno si verifichi più spesso con film che si sviluppano attorno ad un crimine: il thriller è un genere estremamente codificato e noi conosciamo così bene le regole del gioco da esserci scordati che non c'è un solo modo per parlare di omicidio, che ci sono altre strutture possibili oltre a quella, lineare, di delitto - indagine - castigo. Zodiac (David Fincher, 2007) e Amabili resti (Peter Jackson, 2009) sono esponenti illustri di questa categoria: entrambi partono da un omicidio o da una serie di omicidi e noi seguiamo avidamente la vicenda aspettando una vittoria della giustizia che in realtà finisce per non giungere mai. Zodiac nel suo secondo tempo si sfilaccia in un labirinto di piste d'indagine che non portano a nulla mentre Amabili resti si conclude con l'assassino che, almeno in un primo momento, riesce a fuggire impunito pur essendo stato scoperto. Questo tipo di svolgimento ci frustra e ci annoia. Ci piacciono le grandi scene madri, ci entusiasma vedere l'uomo che compie il male venire punito per le sue azioni! Eppure se trovassimo la pazienza di dare una seconda possibilità a queste pellicole scopriremmo qualcosa di molto interessante. Pur avendo al centro crimini orrendi questi due film ricadono solo marginalmente nel genere thriller, e potrebbero esser meglio definiti come storie di onde generate da un sasso lanciato in un calmo stagno; un evento traumatico (uno o più terribili omicidi) genera una serie di conseguenze e il centro della narrazione sono proprio queste ultime.
Zodiac è la storia di un'ossessione divorante che distrugge la vita di chi si lascia dominare da essa, tanto è vero che il serial killer che dà il nome al film (realmente esistito ed effettivamente mai catturato) scompare gradualmente senza lasciar più tracce; l'unica cosa che resta è un'ostinata ricerca di verità che porta i personaggi all'autodistruzione. Il fumettista Robert Graysmith (Jake Gyllenhaal) e il giornalista Paul Avery (Robert Downey Jr.) finiscono per perdere la famiglia e il lavoro (e, in qualche misura, anche la sanità mentale); l'ispettore Dave Toschi (Mark Ruffalo) riesce ad evitare in parte questo destino accettando di arrendersi. Qualcosa di molto simile accade al padre di famiglia Jack Salmon (Mark Wahlberg), che in Amabili resti si vede strappare la figlia maggiore Susie (Saoirse Ronan) da un serial killer morbosamente attratto da bambine e adolescenti. Guidato dallo spirito dell'amatissima Susie, Jack mette a repentaglio la propria vita familiare e lavorativa nel disperato tentativo di farsi giustizia. In entrambi i casi questa ricerca della verità portata all'estremo finisce per essere incompresa e per alienare chi cerca di portarla a termine. Amabili resti e Zodiac sono costruiti su una struttura corale che, partendo da un evento scatenante, si concentra su cosa quest'ultimo comporta nelle vite di chi ne viene toccato, in modi e stili differenti: la regia di Peter Jackson è tanto calda e coinvolgente quanto quella di David Fincher tende alla freddezza ed alla celebralità. Tutti e due però riescono a tracciare ritratti ben delineati dei loro personaggi immersi nella ricerca del sasso che ha sconvolto la loro pace, e che, realisticamente, non riescono a trovare. Non resta quindi che cercare di venire a patti con l'impossibilità di arrivare a quella verità che pare in grado di restituire la serenità, ed ogni personaggio di questi due lungometraggi lo fa (o non lo fa) a seconda del proprio carattere e del proprio vissuto, generando una narrazione lenta e psicologica ma non per questo meno coinvolgente od affascinante se approcciata nel modo giusto.

martedì 28 aprile 2015

Avengers: Age of Ultron, prime impressioni

«Sembra facile fare un caffè» è solita dire mia madre. Sembra facile fare il blockbuster estivo più atteso dell'anno. Avengers: Age of Ultron ha almeno una decina di personaggi principali (e, per carità, non proviamo nemmeno a contare quelli secondari), più effetti speciali di ogni altro film Marvel, una continuità contorta da rispettare e di cui essere uno dei punti di svolta principali e, fortunatamente, una sola trama, seppure un po' ramificata. Tuttavia, la vera grande nemesi del regista Joss Whedon non è il film in sé: è il primo, sfolgorante capitolo uscito nel 2012, piazzatosi al terzo posto nella classifica dei più alti incassi cinematografici di tutti i tempi e diventato al contempo pietra miliare del genere cinecomic (se così vogliamo chiamarlo, ma sarebbe interessante discutere sulla sua esistenza specifica in quanto tale), coronamento di quella Fase 1 del Marvel Cinematic Universe che abbiamo tutti osservato con la stessa trepidazione dello spettatore che osserva un funambolo muovere un passo dietro l'altro sul filo. Il baratro è sempre pericolosamente vicino. La Fase 2 ha per ora confermato l'abilità di Kevin Feige e compari nel mantenere il proprio universo coeso di pellicola in pellicola senza perdere però l'unicità dei mondi di riferimento di ogni personaggio, non concedendosi di riposare sugli allori, come dimostra il rischio corso nel proporre quel gioiellino che è Guardiani della galassia. Avengers: Age of Ultron mantiene le promesse fatte? In gran parte sì e per qualcosa no. Whedon, vero maestro di equilibrismo, tiene in piedi un film dalle proporzioni bibliche senza perdere la grazia, anche se con un po' di fatica. Il fulcro della narrazione si sposta dai personaggi più famosi ed amati al precedentemente trascurato Occhio di Falco che, insieme a Vedova Nera, viene esplorato nella sua fragilità di essere umano immerso in scontri apocalittici tra prodigi della scienza e dei venuti dallo spazio; è proprio nello scontro tra un'umanità profondamente imperfetta ed una progenie tecnologica con pretese di superiore perfezione che il film trova il suo cuore. L'abilità di Whedon nel far parlare i propri personaggi si dimostra ancora una volta in una serie di scambi profondi ed efficaci, come la discussione tra Bruce Banner e Natasha Romanoff riguardo al futuro della loro relazione e la risposta di Pietro Maximoff ad Ultron sul perché lui e la gemella abbiano accettato di sottoporsi agli esperimenti di Von Strucker. Risulta quasi incredibile il fatto che nel vortice di avvenimenti che risucchia lo spettatore sin dalla rutilante scena d'apertura in medias res i singoli caratteri riescano ad emergere come i vari temi di una sinfonia. L'ironia tipica di Whedon compare a più riprese nei dialoghi e in alcune delle scene più divertenti, come quelle che coinvolgono il martello di Thor, personaggio che qualcuno ha trovato bistrattato ma che personalmente mi è parso ben bilanciato tra il suo status di dio e il suo carattere (almeno nell'universo filmico) bonario, sbruffone ed un po' ingenuo. È comunque inevitabile che qualcuno faccia le spese di tanta abbondanza e finisca per avere meno spazio di quanto necessario e se, nel caso di Quicksilver, ciò è in qualche misura perdonabile, lo è molto meno nel caso dell'antagonista principale, l'intelligenza artificiale Ultron che, a differenza del suo predecessore Loki, paga lo scotto di non avere avuto un film meno affollato in cui mostrarsi agli occhi del pubblico; come conseguenza di ciò risulta a volte incrinata la sua credibilità di avversario letale, sempre che questa fosse la sua specifica funzione e non piuttosto quella di mettere in piazza le evidenti - e pericolose - debolezze di Tony Stark, il suo nevrotico genitore di cui riprende i tratti caratteriali (allo stesso modo in cui l'Ultron dei fumetti riprendeva quelli del suo creatore originario Hank Pym), come un certo senso dell'umorismo che raramente ci capita di vedere in un robot. Visione, pur avendo pochissimo tempo per svilupparsi (compare soltanto nell'ultimo terzo del film) risulta compiuto ed affascinante.
Le scene d'azione sono sufficientemente acrobatiche e distruttive da soddisfare anche i palati più esigenti e mostrano come la regia di Joss Whedon nelle intricate coreografie delle battaglie sia molto migliorata da quella del primo capitolo, buona ma a volte troppo statica. Il montaggio, complice anche un taglio piuttosto pesante del film (tanto che già si mormora di una possibile edizione estesa), tende a tratti a rendere la vicenda più episodica di quanto già non sia, rischiando di portarla a dissolversi nel caos, anche se fortunatamente ciò non avviene mai: il film, pur barcollando, si tiene in equilibrio e raggiunge la sua sospirata meta. Joss Whedon ne esce, se non tra scrosci di applausi e marce trionfali, comunque vincitore. Il testimone passa ai fratelli Russo, che si occuperanno sia di Capitan America: Civil War che di Avengers: Infinity War parte prima e seconda: faccio loro i miei più sentiti auguri. 

domenica 26 aprile 2015

Le tre facce di Asami: ovvero, è tutto psicologico

Una piccolissima premessa: non credo che un film possa essere interpretato in un solo modo. Dopotutto, a ben pensarci, tutti noi non possiamo che essere noi stessi e pertanto non possiamo che giudicare un qualunque prodotto dell'ingegno umano attraverso le nostre conoscenze e la nostra sensibilità. Ovviamente, l'autore di un'opera ha in mente (forse) un significato preciso da attribuire al suo lavoro, ma è davvero l'unico che conta? Io non credo. Film come Quarto potere e 2001: Odissea nello spazio sono immensamente affascinanti proprio per la loro molteplicità di interpretazioni e significati, non tutte ragionevoli e non tutte giustificate, certo, ma nondimeno interessanti per i più svariati motivi (sociologici, storici, estetici, culturali, quello che vi pare, un motivo per interessarmi a qualcosa finisce che lo trovo sempre). Quella che vi presento oggi è la traduzione dall'inglese di un'analisi di Audition (Takashi Miike, 1999) che personalmente ho trovato molto completa ed interessante. È l'unica possibile? Ovviamente no. È piena di spoiler? Certo che sì, quindi fate attenzione. Detto questo, è la prima volta che mi cimento in una traduzione così lunga, quindi chiedo venia per eventuali ed imperdonabili errori grammaticali, lessicali, sintattici, di battitura e chi più ne ha più ne metta. L'analisi originale è questa qui, ma anche queste due recensioni (questa e questa, entrambe in italiano) sono abbastanza interessanti.

Le tre facce di Asami: ovvero, è tutto psicologico

Mi scuso per il ritardo con cui pubblico questo post. Non avevo nemmeno sentito parlare di questo film quando era uscito. L'ho scoperto soltanto di recente ma, caspita, sono contento di averlo fatto. Non è solo un bel film horror, ha un significato profondo, una volta che trovi la chiave per accedervi. Oltre a leggere i pochi post qui, ho letto anche tutte le 21 recensioni ad esso dedicate su www.IMDB.com (Internet Movie Database). E mentre la maggioranza delle persone l'ha apprezzato, per così dire, pochissime tra loro si sono minimamente avvicinate a comprendere il suo messaggio. Quindi dato che nessun altro l'ha visto in questo modo, potrei non stare centrando per nulla il bersaglio (I may be way off base). Per me però ha perfettamente senso; perciò sono lieto di condividere questo mio pensiero.

Avviso di spoiler: questa non è una recensione del film per quelli che non l'hanno ancora visto. È un'analisi dei significati psicologici del film per quelli che lo hanno già visto. Più avanti ci saranno degli spoiler: siete stati avvertiti.

Il film non ci mostra MAI la vera Asami. Né la ragazza remissiva all'inizio, né il demonio psicotico alla fine sono davvero lei. Tutto quello che noi vediamo per tutta la durata del film sono le personali percezioni che Aoyama ha di lei in ogni stadio della relazione; percezioni che non sono reali ma che invece sono influenzate dai suoi desideri e dal suo senso di colpa e poi proiettate su Asami.

martedì 14 aprile 2015

Braindead (1992, Peter Jackson)

Prendete un frullatore capiente e lanciateci dentro, nell'ordine che più preferite, un neonato zombi, un prete versato nel kung fu (con la miglior battuta mai pronunciata da un ecclesiastico), Psycho, degli organi interni particolarmente vanitosi, un mazzo di tarocchi, dei greaser, uno zio rozzo e avido, una ragazza spagnola, svariati litri di sangue, del pudding, un tosaerba, un bruttissimo ratto-scimmia di Sumatra, un po' di superstizioni assortite, un amuleto, membra insanguinate a piacere, humour nero finché ce ne sta, un po' di teste mozzate, una carrozzina ed un pastore tedesco. Vi avanza ancora del sangue? Buttatecelo dentro e che crepi l'avarizia. Azionate il frullatore, ovviamente senza chiudere il coperchio, e lasciate che spruzzi selvaggiamente per tutta la cucina mentre lanciate la vostra maturità fuori dalla finestra.
Braindead (uscito negli Stati Uniti con il titolo di Dead Alive ed in Italia come Splatters - Gli schizzacervelli) è, nelle sue assurdità e nella sua totale mancanza di buon gusto, una geniale commedia nera splatstick. Molti film splatter si imperniano su poche scene veramente sanguinolente, attorno alle quali resta un contorno abbastanza insipido. In Braindead al contrario per lo spettatore non c'è un attimo di respiro: ogni scena è a modo suo memorabile, un'aria grottesca ammanta il film fin dalla scena prima dei titoli di testa. Lionel, il protagonista, un riuscito incrocio tra Norman Bates e Ash Williams, è un ragazzo imbranato e succube della madre-padrona, che non sopporta di vederselo portare via dalla romantica e testarda commessa Pachita Maria. L'inizio delle sanguinose danze sarà dato da un incidente allo zoo con conseguenze imprevedibili. Da quel momento in poi il film precipita senza freni negli abissi più neri del gore, ma sempre pronto a scoppiare in una risata sguaiata. Non si trema di paura guardando questo film, e del resto non è sicuramente questo il suo obbiettivo: l'esagerazione con cui il sangue e gli smembramenti sono somministrati lo fa assomigliare più ad un curioso miscuglio di Looney Tunes, splatter e quella propensione alla stramberia che, almeno a chi scrive, viene del tutto naturale associare a Peter Jackson, che anche agli esordi e con un budget molto più ridotto rispetto a quelli con cui lavorerà in seguito, coadiuvato dai soliti Fran Walsh e Richard Taylor, confeziona un film registicamente solido, ben montato e con degli effetti speciali ottimi. I suoi soliti movimenti di macchina spericolati sono sempre giustificati dalla narrazione, non sono mai gratuiti, riuscendo così a non risultare mai pesanti. I personaggi, pur essendo fortemente stereotipati, non sono per questo poco interessanti o poco memorabili e questo vale per tutti: alla fine della visione non ci si può dimenticare del prete, dell'infermiera, del terribile infante zombi, dell'inquietante medico tedesco, della nonna spagnola veggente di nero vestita, delle amiche di Pachita uscite fuori direttamente da una fotografia anni cinquanta, dello spasimante ossessionato dai propri risultati sportivi. La sceneggiatura è piena di battute fulminanti che verrebbe voglia di imparare a memoria. Se sapete apprezzare certo umorismo nero e grottesco, deliziosamente adolescenziale, se volete, nella sua ingenuità, vi troverete più volte a ridere a pieni polmoni, rigorosamente lontano dai pasti.