giovedì 27 agosto 2015

Tre motivi per cui Il risveglio della Forza sarà interessante (al di là del fatto che si tratta di Star Wars)

Una piccolissima premessa: questo è il primo di una serie di articoli su Star Wars che mi propongo di pubblicare in occasione dell'uscita di Star Wars: Il risveglio della Forza. Devo ancora annotarmi un piano completo di quello di cui intendo parlare, perciò, visto che per me “non dire gatto se non ce l'hai nel sacco” è una precisa regola di vita, non vi prometto niente. Ad ogni modo, visto che è da un bel po' che metto da parte idee, spero di scrivere parecchio e di non annoiarvi troppo.


Ammettiamolo subito: questo articolo è poco interessante perché, come disse un illuminato commentatore su YouTube, anche se Star Wars: Il risveglio della Forza fosse una vera merda, sarebbe comunque della merda di Star Wars. Comunque vadano le cose il prossimo dicembre saremo tutti schierati sulle poltrone di un qualche cinema, pronti ad immergerci nelle vicende della solita galassia lontana lontana sulle note della fanfara di John Williams. Pertanto, speculazioni e chiacchiere varie prima dell'uscita del film lasciano un po' il tempo che trovano, anche se ci piacciono moltissimo, basta prendere in considerazione la già considerevole lunghezza della pagina Wikipedia dedicata al film. Mettiamo, però, che qualcuno – come la sottoscritta, manco a dirlo – sia in vena di farsi domande senza senso, ad esempio: perché questo settimo capitolo di Star Wars sarà particolarmente interessante da vedere, al di là dell'ovvio fatto che appartiene ad una delle saghe cinematografiche più amate di tutti i tempi? Mi sono venute in mente tre possibili motivazioni, forse le più banali, anche se ce ne potrebbero essere molte altre. Eccole a voi.


Il capitano ha abbandonato la nave
Il settimo capitolo di Star Wars sarà il primo in cui il suo creatore, George Lucas, non sarà coinvolto in (quasi) nessun modo; infatti, pur non dirigendo i due seguiti de Una nuova speranza, se ne occupò comunque molto da vicino: di entrambi scrisse i soggetti (e per Il ritorno dello Jedi lavorò alla sceneggiatura con Lawrence Kasdan) e supervisionò la produzione, finendo poi, dice la leggenda, per dirigere molte scene del capitolo finale della trilogia originale a causa della poca dimestichezza di Marquand nel girare film con molti effetti speciali. Se è più o meno certo che la storia del capitolo in uscita a dicembre 2015 sia ispirata ai famigerati appunti di Lucas riguardanti il seguito de Il ritorno dello Jedi, è pur vero che pare che Lawrence Kasdan e J.J. Abrams, tra gli altri, l'abbiano pesantemente rimaneggiata; a questo proposito mi sembra utile rimarcare come il fatto che Lucas abbia scelto, a suo tempo, di non dirigere né L'impero colpisce ancoraIl ritorno dello Jedi (a causa del fortissimo esaurimento fisico e nervoso di cui il regista soffrì durante la lavorazione del primo film) sia stata, a posteriori, un'ottima decisione, perché ha permesso alla saga di non legarsi indissolubilmente allo stile ed al gusto di un unico regista. In altre saghe, come per esempio Indiana Jones, Ritorno al futuro o la saga della Terra di mezzo, potrebbe rivelarsi molto più difficile far accettare al pubblico un ipotetico seguito non diretto sempre dalla stessa mano che i fan, probabilmente, vedono ormai come parte integrante ed identificativa dell'opera. 


Dai fan per i fan
J.J. Abrams e moltissimi dei professionisti coinvolti nel progetto sono grandi fan della trilogia originale di Star Wars: in cima alla loro letterina per i regali di Natale ci sarà stato sicuramente, ad un certo punto della loro infanzia, un modellino del Millennium Falcon. Non capita poi così spesso, nonostante si sia nell'era dei remake, di vedere autentici fan dell'opera originale al lavoro su un suo seguito, forse proprio per la sopracitata difficoltà di certe saghe a passare il testimone. Star Wars: Il risveglio della Forza è, tralasciando la presenza di Lawrence Kasdan, una specie di fan-film ufficiale. Il vedere come questo aspetto emergerà dall'opera finita potrebbe rivelarsi molto interessante.


Il ritorno degli animatronic
J.J. Abrams ha dichiarato in più occasioni che gli effetti speciali nel film saranno quanto più possibile reali e presenti sul set invece che elaborati digitalmente. Molto del materiale promozionale finora emerso si è focalizzato sul rafforzare tali affermazioni, mostrando veri astrodroidi, veri X-Wings, veri Millennium Falcon e vere torme di attori in costume da alieno. Ciò è stato accolto in maniera entusiastica dai fan di Star Wars, molti dei quali sono rimasti profondamente scottati dalla galassia quasi interamente digitale portata sullo schermo da George Lucas nei primi anni del duemila nella trilogia prequel, e ancor di più dalle modifiche digitali introdotte dallo stesso Lucas all'interno delle edizioni speciali della trilogia originale nel 1997. Quello di limitare il ricorso agli effetti speciali digitali in favore di tecniche percepite come più realistiche è un orientamento verso cui molti cineasti si stanno volgendo, una corrente di cui Star Wars: Il risveglio della Forza, se in grado di mantenere le promesse finora fatte, potrebbe diventare il più illustre esponente.  

sabato 1 agosto 2015

Black Sheep – Pecore assassine (Black Sheep, Jonathan King, 2006)


Ci sono film dell'orrore che cercano di veicolare un messaggio al di là dei brividi; per esempio, una critica della società in cui vengono prodotti, come i film sugli zombie di George Romero. Ecco, Black Sheep – Pecore assassine (Black Sheep, Jonathan King, 2006) con tutto ciò non ha nulla a che fare. Anzi, a voler essere precisi, più che un horror in senso stretto è una commedia splatter in cui i classici e pericolosissimi esperimenti genetici portano, invece che ad un'orda di morti viventi mezzi decomposti, a soffici pecore divorate dal desiderio di brucare – letteralmente – carne umana. Il film è stato interamente realizzato in Nuova Zelanda, il che traspare, oltre che dai bellissimi ed incontaminati paesaggi, anche dal soggetto della storia: una delle attività locali più fiorenti, infatti, oltre all'attirare appassionati de Il signore degli anelli, è proprio l'allevamento di ovini. I collegamenti con l'esalogia ambientata nella Terra di mezzo, però, non finiscono qui: l'unione di splatter e commedia è chiaramente ispirata ai primi film di Peter Jackson, Braindead (Peter Jackson, 1992) in testa; inoltre, gli effetti speciali – sia reali che digitali – sono stati curati dal Weta Workshop e da Richard Taylor, collaboratore di lunga data di Jackson. I pupazzi animatronici delle pecore mannare sono, pertanto, di ottima fattura e sfruttati bene, e le eventuali problematiche date da un budget probabilmente non troppo ampio sono risolte degnamente, con l'uso delle luci (spesso molto contrastate) e delle inquadrature, tra le quali meritano sicuramente una menzione quelle più semplici, che riescono a rendere inquietanti delle normalissime pecore perfettamente immobili.


Il film rispetta le classiche formule dello splatter, mettendo in mostra litri di sangue e metri di viscere all'aria, con una vena demenziale che via via emerge sempre di più fino all'apoteosi del finale, senza arrivare, però, alle altezze (o bassezze, a seconda dei punti di vista) di Braindead; l'argomento agreste è l'occasione per prendersi gioco di animalisti e vegetariani, ma sempre a cuor leggero. Si ride spesso, in Black Sheep – Pecore assassine, se si è amanti di un certo umorismo nero e paradossale, e la sceneggiatura fa il suo dovere, mettendoci a conoscenza del fatto che anche nell'altro angolo del globo c'è una certa preoccupazione per gli allevatori, come dire, eccessivamente affezionati ai loro capi di bestiame. Merita indubbiamente una visione se si è appassionati di cinema splatter, meglio ancora se di gruppo e accompagnata da un adeguato quantitativo di birre fredde.  

giovedì 30 luglio 2015

Ofelia, la disobbediente



C'è un momento all'interno de Il labirinto del fauno (El laberinto del fauno, Guillermo del Toro, 2006) in cui noi spettatori pensiamo che Ofelia faccia una cosa veramente stupida: disobbedisce, apparentemente in modo ingiustificato, agli ordini del fauno e prende due acini d'uva dalla tavola imbandita dell'uomo pallido, risvegliandolo dal suo sonno, rischiando la vita e provocando la morte di due fatine. Non è la prima volta nel corso del film che Ofelia sceglie di non comportarsi come le viene suggerito, più volte non ascolta le raccomandazioni della madre, ma questo episodio spicca in particolar modo: era affamata, è vero, ma perché sceglie di mangiare quei due acini quando le era stato detto chiaramente di non farlo? A prima vista questa decisione potrebbe sembrare un errore della sceneggiatura, una semplice ingenuità: in realtà è uno dei momenti in cui emerge più chiaramente il tema portante del film, che tiene uniti mondo fantastico e mondo reale. L'accaduto viene discusso nel successivo dialogo tra Ofelia ed il fauno in cui lei, di fronte ai rimproveri della creatura, si giustifica dicendo che credeva che nessuno avrebbe notato una così piccola sottrazione. Il fauno le risponde con parole crudeli: non potrà mai tornare nel suo regno e sarà condannata a restare mortale. Da questo punto in poi le cose si fanno sempre più cupe e drammatiche per la povera bambina e, significativamente, anche per i guerriglieri della resistenza antifranchista: la madre muore nel dare alla luce il fratellino, il Capitano Vidal rinchiude Ofelia nella sua triste e lugubre stanzetta e nel frattempo infligge grosse perdite ai combattenti accampati nei boschi e scopre i loro sostenitori, il medico e Garcés. In realtà, però, la scena dello scontro con l'uomo pallido contiene già, al suo interno, l'elemento che porterà Ofelia (e i guerriglieri) alla vittoria. Ritorniamo alla risposta di Ofelia al fauno: sono le innocenti parole di una bambina che cerca di discolparsi, non sembrano avere altri significati. Proviamo, tuttavia, a metterle in relazione con un'altra giustificazione, quella del medico di fronte al capitano Vidal, che gli chiede perché non ha semplicemente eseguito gli ordini invece di aiutare il partigiano catturato a morire, alleviandogli le sofferenze:
Capitano Vidal: Perché lo ha fatto?
Dottor Ferreiro: Era l'unica cosa che potessi fare.
Capitano Vidal: Avrebbe potuto obbedirmi!
Dottor Ferreiro: Avrei potuto... Ma non l'ho fatto.
Capitano Vidal: Be', sarebbe stato meglio per lei, questo lo sa. Non la capisco... Perché non mi ha obbedito?
Dottor Ferreiro: Perché obbedire senza pensare, così, istintivamente, lo fa solo la gente come lei, capitano!

Ofelia, pur sbagliando, ha pensato all'ordine che aveva ricevuto e si è chiesta se fosse il caso di rispettarlo o no, non ha agito meccanicamente come usa fare il suo patrigno, militare implacabile e crudele. Ciò che le permetterà, infine, di ritornare nel suo regno incantato è il coraggio di disobbedire, rifiutandosi di ferire il suo innocente fratello per aprire il varco magico, nonostante sia la causa diretta delle sue sventure e anche se prendere tale decisione la porterà alla morte. Torna alla mente la storia che racconta al suo fratellino ancora non nato, in cui narra di una rosa in grado di donare l'immortalità ma circondata da spine letali: gli uomini della favola (e non solo, aggiungeremmo) parlano solo della loro paura della sofferenza e della morte, mai del mirabile dono che potrebbero ottenere. La madre di Ofelia si piega al volere del capitano nella speranza di ottenere una vita migliore per sé e per la figlia, ma muore; lo stesso capitano Vidal persegue fino all'ultimo, rigidamente, il suo piano prestabilito, senza riflettere, pur divorato da presentimenti di morte, e finisce per perire colpito dai guerriglieri, che gli assicurano che suo figlio non conoscerà mai il suo nome. Ofelia e, in parallelo, anche Garcés, il dottore ed i combattenti, non si comportano da soldatini, rifiutano ciò che ritengono sbagliato, lottano per quello in cui credono e sopportano le difficoltà: il finale – anche se malinconico – li premierà. E se è vero che sia Ofelia sia il capitano Vidal muoiono, è altresì vero, però, che il loro destino finale è molto diverso, come evidenzia l'epilogo narrato del film:
E si dice che la principessa discese nel regno paterno e che lì regnò con giustizia e benevolenza per molti secoli, che fu amata dai suoi sudditi e che lasciò dietro di se delle piccole traccie del suo passaggio sulla terra, visibili solo agli occhi di chi sa guardare.

Ofelia verrà amata e ricordata, il suo patrigno sarà sconosciuto persino al suo stesso figlio. Si spiega, così, la scelta di del Toro di unire una storia fantastica e favolosa ad una pagina nera della storia di Spagna: le due linee narrative avanzano parallelamente portando alla luce il messaggio dell'opera. Il labirinto del fauno si rivela pertanto come un film fantasy profondo e pregno di significato: anche nei momenti più bui si deve trovare il coraggio di dire di no, di rifiutare l'ingiustizia, di non guardare dall'altra parte nonostante sia più facile, anche a costo di grandi sofferenze.


mercoledì 29 luglio 2015

Il tallone d'Achille di Terminator

Perché i sequel di Terminator venuti dopo Terminator 2 – Il giorno del giudizio arrancano narrativamente? Visto che ho finito gli esami e soffro di logorrea da tastiera, ho cercato di darmi delle risposte. Chiunque abbia il coraggio di leggere tutto questo papiro ha la mia ammirazione. I tre disegni che, oltre ai due fotogrammi dai primi due Terminator, accompagnano il post sono schizzi e disegni preparatori di James Cameron per il primo film e li ho trovati sulla pagina Facebook della Stan Winston School of Character Arts, che consiglio caldamente di seguire a chiunque ami il cinema e gli effetti speciali.  



martedì 21 luglio 2015

Babadook (The Babadook, Jennifer Kent, 2014)

Which connects to the idea that The Babadook is a horror movie, but it’s first and foremost about Amelia and Sam. 
Yeah, and I understand that The Babadook is being sold as a horror film. Films need to be sold throughout the world, and they need to reach an appropriate audience, but, for me, I never approached this as a straight horror film. I always was drawn to the idea of grief, and the suppression of that grief, and the question of, how would that affect a person? I like stories that are heightened and have a mythical quality, which is why I didn’t just keep it in the psychological realm—it skips over into this other realm of supernatural mythology. But at the core of it, it’s about the mother and child, and their relationship.

The Year's Best Horror Movie? It's This Australian Creepshow, Hands Down
Esiste un longevo filone, all'interno del genere horror, fatalmente attratto dai lati oscuri del femminile: il che non dovrebbe stupirci particolarmente, se pensiamo che uno degli obbiettivi di un buon horror è incrinare le nostre più radicate certezze (almeno per un paio d'ore), e il mito della donna come madre è qualcosa che, dalla Venere di Willendorf alla Vergine Maria, percorre tutta la storia del genere umano.


Scritto e diretto da Jennifer Kent, Babadook nasce come espansione di un corto diretto dalla stessa Kent nel 2005, Monster. Se sul significato del nome Babadook l'Internet Movie Database fornisce svariate ipotesi, tra le quali la più semplice è che sia un anagramma di “a bad book”, l'ispirazione dietro l'aspetto del mostro è chiara: il costume di Lon Chaney Sr in London After Midnight, film muto del 1927 andato definitivamente perduto nel 1967 durante un incendio nei magazzini della MGM.


Babadook appare, più che come un film dell'orrore ortodosso, come un dramma psicologico che utilizza topos e stilemi del cinema di paura per raccontare la storia di una donna isolata e depressa, divenuta vedova e madre lo stesso giorno in circostanze traumatiche, e che proprio a causa di ciò non riesce ad occuparsi di un figlio dal carattere difficile che nelle sue assillanti richieste di attenzioni mostra di percepire il distacco materno, sofferto e pieno di sensi di colpa. I tanti impietosi primissimi piani sul volto di Amelia (un'ottima Essie Davis) mettono in evidenza la stanchezza impressa nelle rughe e nelle occhiaie del suo volto. Il piccolo budget di due milioni e mezzo di dollari (trecentomila dei quali raggranellati tramite Kickstarter) è utilizzato fino in fondo, come è evidente nella cura della fotografia e della scenografia; la casa di Amelia è desolata e soffocante, tinta di lugubre nero e livido azzurro, lo scenario perfetto per la manifestazione di un mostro che non è altro che la proiezione delle fantasie più inconfessabili di una donna giunta al limite estremo della sopportazione. Il film raggiunge i suoi migliori risultati quando lascia che siano gli ambienti e le atmosfere a suggestionarci, a spingerci a rabbrividire: presentiamo che qualcosa di orribile sta per accadere, lo immaginiamo acquattato dietro le porte, nascosto nelle ombre, mimetizzato nel silenzio. Quando invece la narrazione diventa più esplicita qualcosa sembra perdersi, le citazioni da altri celebri horror (come Shining e L'esorcista) ci sembrano troppo familiari, e la catastrofe che infine, dopo tanta attesa, arriva forse non è abbastanza catartica per farci saltare sulla poltrona. In ogni caso, il finale redime tali difetti con una trovata non banale e, in un certo senso, commovente: non è possibile liberarsi del tutto della depressione, ma è possibile tuttavia tenerla a bada, ricordandosi, ogni tanto, di portarle da mangiare.


domenica 14 giugno 2015

Jurassic World (Colin Trevorrow, 2015)

Guida rapida per una visione ottimale di Jurassic World: avvolgetevi completamente nella vostra sospensione dell'incredulità (non dimenticate i piedi), ficcate il vostro senso logico sotto la poltrona del cinema con una pedata, invitate un bel po' di amici e concordate l'abolizione del silenzio in sala.


Jurassic World inizia nel migliore dei modi possibili per essere il quarto capitolo di una saga tra le più famose della storia recente del cinema: in medias res, risparmiando allo spettatore poco interessanti spiegazioni di perché e percome, presentando i personaggi all'interno dello svolgimento della vicenda. Un altro punto positivo, almeno per chi scrive, è il permanere di una certa autocritica del capitalismo e del consumismo, fortemente evidente già in Jurassic Park. I visitatori del parco vogliono dinosauri più grossi, più feroci e con più denti: presumibilmente, vale lo stesso anche per gli spettatori in sala. L'Indominus rex è la risposta data contemporaneamente al pubblico fittizio ed a quello reale, e la sceneggiatura parla ad entrambi in più modi. La sequenza dell'arrivo dei due ragazzini protagonisti ad Isla Nublar è la visualizzazione di un sogno che ha abitato la mente di qualunque bambino abbia posseduto una videocassetta di Jurassic Park: come sarebbe il parco? Che cosa si proverebbe a visitarlo? Quali attrazioni sarebbero presenti? A vent'anni di distanza abbiamo la risposta, ed essa ha più di una somiglianza con quelle vecchie pubblicità di Disneyland Paris presenti sulle VHS Disney: qui su She's overbored non crediamo che sia un caso. Il pubblico di riferimento di Jurassic World ne conserva sicuramente qualche ricordo. Il personaggio di Ty Simpkins, Gray, rappresenta in un certo senso il ritornar bambino dello spettatore cresciuto a Gameboy e dinosauri.


La trama, tutto sommato, è estremamente semplice, e funziona in virtù del fatto che il film, pur durando due ore, scorre a velocità supersonica da una scena d'azione ad un'altra: manca il tempo per mettersi a pensare e spesso e volentieri non ci si può trattenere dal ridere e commentare. Alcune trovate visive sono fantasiose e divertenti e si esce dalla sala contenti. L'azione ben diretta e coreografata non manca, gli effetti speciali di ottima fattura (tra i quali fanno il loro gradito ritorno una manciata di animatronic) nemmeno. È un giudizio totalmente positivo il mio, allora? Non proprio.
Con lo scorrere dei minuti il film fa sempre più affidamento su un'ingombrante nostalgia che limita le sue possibilità di svilupparsi in quanto pellicola autonoma e non soltanto come sequel di un film di ventidue anni fa: il tema di John Williams è sempre bellissimo (e, personalmente, lo ascolto più o meno una volta alla settimana) ma risulta essere soltanto un richiamo, nemmeno troppo velato, al suo predecessore del 1993. Chris Pratt interpreta con la giusta dose di sfacciataggine il suo personaggio, mentre quello della sua controparte femminile, Bryce Dallas Howard, non riesce mai ad affrancarsi dal suo stereotipo di donna in carriera frigida ed efficiente. Il primo dialogo tra i due, criticato da Joss Whedon come sessista alla sua uscita come clip promozionale sul web, mostra due personaggi troppo rigidamente incasellati nei loro ruoli e poco vivi: è giusto dire, però, che nel corso della vicenda le cose migliorano un po', anche se continueremo a chiederci perché la povera Claire debba farsi inseguire da un T-rex inerpicata su uno scomodissimo paio di tacchi. La dottoressa Ellie con le sue Timberland era molto meglio equipaggiata per fuggire da un attacco di Velociraptor e molto più credibile. La relazione meglio sviluppata del film non è, in ogni caso, romantica: il progressivo avvicinamento dei due fratelli, Gray e Zach, coronato da un abbraccio, rimane certamente più impresso nella mente dello spettatore che il frettoloso bacio tra Owen e Claire (anche se gli ultimi fotogrammi a loro dedicati sono comunque degni di nota in quanto a composizione, e forse un richiamo a I predatori dell'arca perduta).
Il problema più grosso dell'intera operazione, almeno per me, è qualcosa che già era presente in Jurassic Park III: i dinosauri di Jurassic Park erano animali (anche se ibridi), nella maggior parte dei casi feroci, ma non mostri. Il Tyrannosaurus rex che usciva ruggendo dalla recinzione assomigliava ad un fiume che rompe gli argini: un fenomeno naturale che gli uomini non possono avere la presunzione di controllare, del tutto indifferente alla nostra esistenza come la Natura dell'operetta morale leopardiana.
Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.

Dialogo della Natura e di un Islandese, Giacomo Leopardi, Operette morali


Al T-rex di Jurassic Park non importava per nulla di salvare il dottor Grant e i suoi compari: se non avesse dovuto liberarsi di quei fastidiosi Velociraptor, non ci avrebbe pensato due volte prima di inseguirli o tentare di divorarli, come era nella sua natura di predatore. Il fatto che gli umani alla fine si fossero salvati era una coincidenza, un colpo di fortuna offerto loro dalle leggi naturali: i due predatori erano troppo impegnati a combattersi. Questa concezione della natura come entità indifferente alle azioni e ai destini degli uomini ritornerà poi nel Godzilla di Gareth Edwards, che ha dichiarato – certamente non per caso – di essersi molto ispirato al film di Steven Spielberg. I dinosauri restano animali anche nel seguito, Il mondo perduto, in cui uno dei temi centrali continua ad essere il rapporto dell'uomo moderno con la natura. La differenza tra animale e mostro si infrange definitivamente nel terzo capitolo: la comunicazione tra Velociraptor, così intuitivamente comprensibile, li rende troppo umani e troppo poco bestiali, lontanissimi dalla spaventosa ed imprevedibile intelligenza delle tre Velociraptor dell'originale, che le faceva (con ben più di una ragione) rassomigliare al grande squalo bianco di Jaws.
You know the thing about a shark, he's got... lifeless eyes, black eyes, like a doll's eye. When he comes at ya, doesn't seem to be livin'. Until he bites ya and those black eyes roll over white. And then, ah then you hear that terrible high pitch screamin' and the ocean turns red and spite of all the poundin' and the hollerin' they all come in and rip you to pieces.

Lo squalo (Jaws, Steven Spielberg, 1975)

In Jurassic World i dinosauri comunicano tra loro e addirittura si esprimono in maniere comprensibili agli esseri umani, sfiorando in più di un'occasione il cartone animato e facendo scricchiolare la loro credibilità di lucertole terribili: il finale sfiora i profondi abissi del trash.


È anche possibile, tuttavia, interpretare l'umanizzazione dei dinosauri in un altro senso: potrebbe darsi che ci sia ora possibile comprenderli perché sono i nostri beniamini da quando eravamo piccoli ed impallinati con la paleontologia, a un punto tale che possiamo quasi ritenerli amici? Dopotutto quante volte nella nostra infanzia abbiamo giocato ad essere un T-rex od un Velociraptor? Perché ora, dopo tutti questi anni di amore, non potrebbero esserci alleati? Va detto che vedere un Velociraptor addestrato a rispondere ai comandi come un cane è sicuramente divertente (e anche lievemente inquietante: l'instabilità della situazione è piuttosto evidente a tutti, fatta eccezione per il personaggio di Vincent D'Onofrio).


Sarebbe comunque ingiusto, al di là di tutte le possibili critiche, giudicare Jurassic World un film poco riuscito: infatti raggiunge pienamente il suo intento, cioè quello di essere un blockbuster leggero, fracassone e divertente da commentare ad alta voce con gli amici. È un film memorabile? Certamente no, ma questo non lo rende meno godibile.   

mercoledì 6 maggio 2015

La paura è donna

Ho scritto questo articolo per il giornalino scolastico nel 2009; stasera m'è capitato sotto gli occhi e ho deciso di riesumarlo, nonostante sia tentata di correggerlo (ma non lo farò). Parlare di donne e horror mi è sempre piaciuto molto, nel caso in cui non l'aveste notato. Sono temi su cui continuo ad avvolgermi come un serpente.
Buona lettura.

La paura è donna 

L’horror offre allo spettatore attento, nelle sue sfumature migliori (nonostante sia oggi un genere fortemente in crisi qualitativa), molti spunti di riflessione parafilosofica. Ad esempio, qualunque persona abbia visto una certa quantità di horror demoniaci o di tortura (o anche fantastici, come può essere considerato Denti) potrà osservare che le donne hanno spesso un ruolo fondamentale nello svolgimento della trama; a volte sono vittima del male (L’Esorcista, Dracula, Rosemary’s Baby, The Others), a volte carnefice (Audition), a volte sono protagoniste sia come vittime che come spiriti (Dark Water, The Ring, The Grudge). Perché si verifica questa ricorrenza? Forse la donna è associata, nell’inconscio maschile, all’orrore, alla paura, all’occulto, ad avvenimenti inspiegabili?
È ben risaputo che sono le donne ad esprimere maggiormente i loro sentimenti, anche quando questi sono molto negativi, quasi perversi. Possiamo osservarlo nella Catherine di Cime Tempestose, che perde il lume della ragione in una delle sue crisi nervose, e nella Marina di Malombra, che giunge all’omicidio nella folle convinzione di essere la reincarnazione di una sua ava, imprigionata dal marito nelle sue camere a causa di un tradimento. I primi casi di isteria e nevrosi studiati dalla psicanalisi e dalla psichiatria furono osservati su donne. Nell’antica Grecia, era un gruppo di donne, le Baccanti, a seguire Dioniso, dio dei piaceri e del vino (potremmo anche associarlo alla vita terrena, e le donne sono la culla di questa), in preda ad una pazzia estatica. Sembra superfluo citare streghe e maghe, da Circe, a Morgana, alla Dama del Lago, a Calipso. È chiaro quindi che le donne possono, in qualche modo, essere associate alla follia ben più degli uomini. La possessione demoniaca sperimentata dalla giovane Regan McNail nell’Esorcista si manifesta, agli inizi, con i segni di un disturbo mentale, nonostante più tardi diventerà impossibile per gli psichiatri spiegare in modo scientificamente plausibile i sintomi sempre più terrificanti e incontrollabili che la bambina mostra. La gestualità dei fantasmi giapponesi e coreani richiama quelli di donne vittime di psicosi. Anche in Dracula le donne morse dal conte appaiono in uno stato di prostrazione mentale. La donna è, agli occhi dell’uomo, manifestazione di ciò che è nascosto, e che non può essere rivelato, nella nostra mente. È manifestazione di un male oscuro, senza sede, un male che prende la mente e il cuore e distrugge senza posa, senza che vi sia modo di trovare una cura.
Del resto, la donna presenta all’uomo altri misteri inquietanti: i suoi organi sessuali sono interni, bui, misteriosi; l’unico modo in cui si manifestano al mondo esterno è il sangue mestruale, scuro e denso. Ogni creatura umana proviene sicuramente dall’utero di una donna; potremmo dire che esso è la terra natia di ogni uomo. È un elemento di disturbo il fatto che un organo così vivifico si manifesti attraverso periodiche colate di sangue. Inoltre, l’uomo nutre spesso un’inconscia paura della donna in ambito sessuale. La vagina, porta dell’utero, deve essere conquistata, e può essere una conquista con risvolti drammatici, come è ben visibile in Denti (e nella leggenda, realmente esistente, della vagina dentata, a cui il film si ispira). L’utero è anche il buio primordiale da cui nascono mostri di cui anche la donna ignora la vera natura. Spesso non sa di portare letteralmente una serpe in seno, come accade in Rosemary’s Baby (anche se potremmo ritrovare una spiegazione psicologica della vicenda descritta nel film nel timore di dare alla luce figli mostruosi provato da ogni puerpera, per quanto questo sia un film su cui le cose da dire sono veramente troppe per essere riassunte in una parentesi).
Prima di essere donne, tutte noi siamo bambine, ed esse sono simbolo di estrema purezza in quasi tutta la letteratura e la filmografia moderna ed antica. Lewis Carroll, autore di Alice nel Paese delle Meraviglie, amava fotografare bambine e corrispondere con esse finché non raggiungevano la maturità. Eppure, gli esseri umani sono spesso peggio delle bestie e calpestano il fiore di tanta purezza. Subito, quindi, salta all’occhio la Sadako di Ringu (Samara nella versione americana), bambina incompresa ed annegata dalla madre adottiva, non amata ma ferita dalla persona a lei più cara. E potremmo citare, sempre dello stesso regista, Dark Water, storia di fantasmi le cui protagoniste principali sono tutte donne. In questo caso le bambine, le donne ferite nella loro purezza sono almeno tre, in piani temporali diversi che poi andranno a intrecciarsi nello scorrere della pellicola. Emblematica la scena in cui la protagonista, Dahlia, entra nell’appartamento appartenuto ai genitori di una bambina misteriosamente scomparsa e che sembra essere rimasta, dopo la presumibile morte, nell’edificio. Uno dei modi con cui manifesta la sua presenza è l’acqua (come si scoprirà più avanti, questo elemento è legato alle circostanze del suo decesso), che crea infiltrazioni e fenomeni di difficile spiegazione. Dahlia apre la porta dell’appartamento e lo trova completamente allagato. Nel bagno incontrerà la propria madre com’era negli anni della sua infanzia problematica, ovvero in preda agli effetti dell’alcol, e questa proiezione materna la insulterà ripetendo una scena che la protagonista invano cercava di scordare. L’acqua è il legame che unisce la storia di Dahlia a quella di sua madre e a quella della bambina scomparsa; tre generazioni di donne sono riunite davanti a traumi tra loro molto simili, ma con conseguenze molto diverse. Nell’acqua muore anche la piccola Sadako. L’acqua è ciò in cui la vita nasce; il feto è immerso nel liquido amniotico. Sadako e Natasha (il piccolo fantasma di Dark Water), muiono nell’acqua a causa dei loro genitori; vi si può forse vedere un forte simbolismo, poiché i loro stessi genitori le rifiutano e le riportano a forza nell’utero materno della terra, l’acqua, come a voler negare la loro nascita.
Potremmo dire che il potere di dare la vita ci mette in contatto con realtà terrene più profonde di quanto è normalmente visibile all’uomo; prendiamo parte alla sfera dionisiaca dell’universo. Non è un caso, secondo me, che le prime divinità attestate siano Dee Madri, divinità benevole o malevole, capaci di dare vita o morte con la prosperità o la carestia.


Fonti:

L’Esorcista, un film di William Friedkin. Con Lee J. Cobb, Max von Sydow, Ellen Burstyn, Linda Blair, Jason Miller. Titolo originale The Exorcist. Horror, durata 120 min. - USA 1973.
Rosemary’s Baby, un film di Roman Polanski. Con Ruth Gordon, Sidney Blackmer, Mia Farrow, Maurice Evans, John Cassavetes. Drammatico, durata 137 min. - USA 1968.
The Others, un film di Alejandro Amenábar. Con Nicole Kidman, Fionnula Flanagan, Christopher Eccleston, Alakina Mann, James Bentley.
Horror, durata 95 min. - USA 2001.
Audition, un film di Takashi Miike. Con Ryo Ishibashi, Eihi Shiina, Tetsu Sawaki, Jun Kunimura, Miyuki Matsuda, Toshie Negishi. Titolo originale Odishon. Horror, durata 111 min. - Giappone, Corea del sud 1999.
Dark Water, un film di Walter Salles. Con Jennifer Connelly, Ariel Gade, John C. Reilly, Tim Roth, Dougray Scott. Horror, durata 105 min. - USA 2005.
The Ring, un film di Gore Verbinski. Con Naomi Watts, Brian Cox, Martin Henderson, David Dorfman, Jane Alexander (I) Horror, durata 110 min. - USA 2002.
The Grudge, un film di Takashi Shimizu. Con Sarah Michelle Gellar, Jason Behr, William Mapother, Clea Duvall, KaDee Strickland. Horror, durata 96 min. - USA, Giappone 2004.
Come accade spesso per i film giapponesi, per Dark Water, The Ring e The Grudge esistono gli originali orientali, spesso molto più interessanti.
Dark Water, un film di Hideo Nakata. Con Hitomi Kuroki, Rio Kanno, Mirei Oguchi, Asami Mizukawa, Fumiyo Kohinata, Yu Tokui, Isao Yatsu. Titolo originale Honogurai mizu no soko kara. Horror, durata 101 min. - Giappone 2002.
Ringu, un film di Hideo Nakata. Con Nanako Matsushima, Miki Nakatani, Hiroyuki Sanada, Yuko Takeuchi. Titolo originale Ringu. Horror, durata 96 min. - Giappone 1998.
Ju-on - Rancore, un film di Takashi Shimizu. Con Yûrei Yanagi, Chiaki Kuriyama, Hitomi Miwa, Asumi Miwa, Takako Fuji. Horror, durata 70 min. - Giappone 2000.
Denti, un film di Mitchell Lichtenstein. Con Jess Weixler, John Hensley, Josh Pais, Hale Appleman, Lenny von Dohlen. Titolo originale Teeth. Horror, durata 88 min. - USA 2007.
Dracula, Bram Stoker, Rizzoli, classici Bur, Milano 2004.
Cime Tempestose, Emily Brontë, Rizzoli, classici Bur, Milano 2004.
Malombra, Antonio Fogazzaro, Mondadori, Oscar classici, Milano 1984.