mercoledì 6 maggio 2015

La paura è donna

Ho scritto questo articolo per il giornalino scolastico nel 2009; stasera m'è capitato sotto gli occhi e ho deciso di riesumarlo, nonostante sia tentata di correggerlo (ma non lo farò). Parlare di donne e horror mi è sempre piaciuto molto, nel caso in cui non l'aveste notato. Sono temi su cui continuo ad avvolgermi come un serpente.
Buona lettura.

La paura è donna 

L’horror offre allo spettatore attento, nelle sue sfumature migliori (nonostante sia oggi un genere fortemente in crisi qualitativa), molti spunti di riflessione parafilosofica. Ad esempio, qualunque persona abbia visto una certa quantità di horror demoniaci o di tortura (o anche fantastici, come può essere considerato Denti) potrà osservare che le donne hanno spesso un ruolo fondamentale nello svolgimento della trama; a volte sono vittima del male (L’Esorcista, Dracula, Rosemary’s Baby, The Others), a volte carnefice (Audition), a volte sono protagoniste sia come vittime che come spiriti (Dark Water, The Ring, The Grudge). Perché si verifica questa ricorrenza? Forse la donna è associata, nell’inconscio maschile, all’orrore, alla paura, all’occulto, ad avvenimenti inspiegabili?
È ben risaputo che sono le donne ad esprimere maggiormente i loro sentimenti, anche quando questi sono molto negativi, quasi perversi. Possiamo osservarlo nella Catherine di Cime Tempestose, che perde il lume della ragione in una delle sue crisi nervose, e nella Marina di Malombra, che giunge all’omicidio nella folle convinzione di essere la reincarnazione di una sua ava, imprigionata dal marito nelle sue camere a causa di un tradimento. I primi casi di isteria e nevrosi studiati dalla psicanalisi e dalla psichiatria furono osservati su donne. Nell’antica Grecia, era un gruppo di donne, le Baccanti, a seguire Dioniso, dio dei piaceri e del vino (potremmo anche associarlo alla vita terrena, e le donne sono la culla di questa), in preda ad una pazzia estatica. Sembra superfluo citare streghe e maghe, da Circe, a Morgana, alla Dama del Lago, a Calipso. È chiaro quindi che le donne possono, in qualche modo, essere associate alla follia ben più degli uomini. La possessione demoniaca sperimentata dalla giovane Regan McNail nell’Esorcista si manifesta, agli inizi, con i segni di un disturbo mentale, nonostante più tardi diventerà impossibile per gli psichiatri spiegare in modo scientificamente plausibile i sintomi sempre più terrificanti e incontrollabili che la bambina mostra. La gestualità dei fantasmi giapponesi e coreani richiama quelli di donne vittime di psicosi. Anche in Dracula le donne morse dal conte appaiono in uno stato di prostrazione mentale. La donna è, agli occhi dell’uomo, manifestazione di ciò che è nascosto, e che non può essere rivelato, nella nostra mente. È manifestazione di un male oscuro, senza sede, un male che prende la mente e il cuore e distrugge senza posa, senza che vi sia modo di trovare una cura.
Del resto, la donna presenta all’uomo altri misteri inquietanti: i suoi organi sessuali sono interni, bui, misteriosi; l’unico modo in cui si manifestano al mondo esterno è il sangue mestruale, scuro e denso. Ogni creatura umana proviene sicuramente dall’utero di una donna; potremmo dire che esso è la terra natia di ogni uomo. È un elemento di disturbo il fatto che un organo così vivifico si manifesti attraverso periodiche colate di sangue. Inoltre, l’uomo nutre spesso un’inconscia paura della donna in ambito sessuale. La vagina, porta dell’utero, deve essere conquistata, e può essere una conquista con risvolti drammatici, come è ben visibile in Denti (e nella leggenda, realmente esistente, della vagina dentata, a cui il film si ispira). L’utero è anche il buio primordiale da cui nascono mostri di cui anche la donna ignora la vera natura. Spesso non sa di portare letteralmente una serpe in seno, come accade in Rosemary’s Baby (anche se potremmo ritrovare una spiegazione psicologica della vicenda descritta nel film nel timore di dare alla luce figli mostruosi provato da ogni puerpera, per quanto questo sia un film su cui le cose da dire sono veramente troppe per essere riassunte in una parentesi).
Prima di essere donne, tutte noi siamo bambine, ed esse sono simbolo di estrema purezza in quasi tutta la letteratura e la filmografia moderna ed antica. Lewis Carroll, autore di Alice nel Paese delle Meraviglie, amava fotografare bambine e corrispondere con esse finché non raggiungevano la maturità. Eppure, gli esseri umani sono spesso peggio delle bestie e calpestano il fiore di tanta purezza. Subito, quindi, salta all’occhio la Sadako di Ringu (Samara nella versione americana), bambina incompresa ed annegata dalla madre adottiva, non amata ma ferita dalla persona a lei più cara. E potremmo citare, sempre dello stesso regista, Dark Water, storia di fantasmi le cui protagoniste principali sono tutte donne. In questo caso le bambine, le donne ferite nella loro purezza sono almeno tre, in piani temporali diversi che poi andranno a intrecciarsi nello scorrere della pellicola. Emblematica la scena in cui la protagonista, Dahlia, entra nell’appartamento appartenuto ai genitori di una bambina misteriosamente scomparsa e che sembra essere rimasta, dopo la presumibile morte, nell’edificio. Uno dei modi con cui manifesta la sua presenza è l’acqua (come si scoprirà più avanti, questo elemento è legato alle circostanze del suo decesso), che crea infiltrazioni e fenomeni di difficile spiegazione. Dahlia apre la porta dell’appartamento e lo trova completamente allagato. Nel bagno incontrerà la propria madre com’era negli anni della sua infanzia problematica, ovvero in preda agli effetti dell’alcol, e questa proiezione materna la insulterà ripetendo una scena che la protagonista invano cercava di scordare. L’acqua è il legame che unisce la storia di Dahlia a quella di sua madre e a quella della bambina scomparsa; tre generazioni di donne sono riunite davanti a traumi tra loro molto simili, ma con conseguenze molto diverse. Nell’acqua muore anche la piccola Sadako. L’acqua è ciò in cui la vita nasce; il feto è immerso nel liquido amniotico. Sadako e Natasha (il piccolo fantasma di Dark Water), muiono nell’acqua a causa dei loro genitori; vi si può forse vedere un forte simbolismo, poiché i loro stessi genitori le rifiutano e le riportano a forza nell’utero materno della terra, l’acqua, come a voler negare la loro nascita.
Potremmo dire che il potere di dare la vita ci mette in contatto con realtà terrene più profonde di quanto è normalmente visibile all’uomo; prendiamo parte alla sfera dionisiaca dell’universo. Non è un caso, secondo me, che le prime divinità attestate siano Dee Madri, divinità benevole o malevole, capaci di dare vita o morte con la prosperità o la carestia.


Fonti:

L’Esorcista, un film di William Friedkin. Con Lee J. Cobb, Max von Sydow, Ellen Burstyn, Linda Blair, Jason Miller. Titolo originale The Exorcist. Horror, durata 120 min. - USA 1973.
Rosemary’s Baby, un film di Roman Polanski. Con Ruth Gordon, Sidney Blackmer, Mia Farrow, Maurice Evans, John Cassavetes. Drammatico, durata 137 min. - USA 1968.
The Others, un film di Alejandro Amenábar. Con Nicole Kidman, Fionnula Flanagan, Christopher Eccleston, Alakina Mann, James Bentley.
Horror, durata 95 min. - USA 2001.
Audition, un film di Takashi Miike. Con Ryo Ishibashi, Eihi Shiina, Tetsu Sawaki, Jun Kunimura, Miyuki Matsuda, Toshie Negishi. Titolo originale Odishon. Horror, durata 111 min. - Giappone, Corea del sud 1999.
Dark Water, un film di Walter Salles. Con Jennifer Connelly, Ariel Gade, John C. Reilly, Tim Roth, Dougray Scott. Horror, durata 105 min. - USA 2005.
The Ring, un film di Gore Verbinski. Con Naomi Watts, Brian Cox, Martin Henderson, David Dorfman, Jane Alexander (I) Horror, durata 110 min. - USA 2002.
The Grudge, un film di Takashi Shimizu. Con Sarah Michelle Gellar, Jason Behr, William Mapother, Clea Duvall, KaDee Strickland. Horror, durata 96 min. - USA, Giappone 2004.
Come accade spesso per i film giapponesi, per Dark Water, The Ring e The Grudge esistono gli originali orientali, spesso molto più interessanti.
Dark Water, un film di Hideo Nakata. Con Hitomi Kuroki, Rio Kanno, Mirei Oguchi, Asami Mizukawa, Fumiyo Kohinata, Yu Tokui, Isao Yatsu. Titolo originale Honogurai mizu no soko kara. Horror, durata 101 min. - Giappone 2002.
Ringu, un film di Hideo Nakata. Con Nanako Matsushima, Miki Nakatani, Hiroyuki Sanada, Yuko Takeuchi. Titolo originale Ringu. Horror, durata 96 min. - Giappone 1998.
Ju-on - Rancore, un film di Takashi Shimizu. Con Yûrei Yanagi, Chiaki Kuriyama, Hitomi Miwa, Asumi Miwa, Takako Fuji. Horror, durata 70 min. - Giappone 2000.
Denti, un film di Mitchell Lichtenstein. Con Jess Weixler, John Hensley, Josh Pais, Hale Appleman, Lenny von Dohlen. Titolo originale Teeth. Horror, durata 88 min. - USA 2007.
Dracula, Bram Stoker, Rizzoli, classici Bur, Milano 2004.
Cime Tempestose, Emily Brontë, Rizzoli, classici Bur, Milano 2004.
Malombra, Antonio Fogazzaro, Mondadori, Oscar classici, Milano 1984.

venerdì 1 maggio 2015

Zodiac e Amabili resti: che cosa succede quando "omicidio" non equivale a "thriller"

Noi spettatori siamo animali abitudinari, anche se ci ostiniamo a negarlo con una certa frequenza. Quando ci accomodiamo sulla poltrona del cinema vogliamo assistere ad uno spettacolo che sia insieme nuovo e familiare, vogliamo sentirci a casa e nello stesso tempo a mille miglia da essa. Non siamo certo facili da accontentare. Qualche volta ci capita di trovarci di fronte un film che non rispetta questo nostro modo di pensare: non riusciamo ad incasellarlo nelle nostre strutture predefinite, ci confonde e per questo, spesso, non riesce a parlarci e finisce per non piacerci. Personalmente trovo che questo tipo di fenomeno si verifichi più spesso con film che si sviluppano attorno ad un crimine: il thriller è un genere estremamente codificato e noi conosciamo così bene le regole del gioco da esserci scordati che non c'è un solo modo per parlare di omicidio, che ci sono altre strutture possibili oltre a quella, lineare, di delitto - indagine - castigo. Zodiac (David Fincher, 2007) e Amabili resti (Peter Jackson, 2009) sono esponenti illustri di questa categoria: entrambi partono da un omicidio o da una serie di omicidi e noi seguiamo avidamente la vicenda aspettando una vittoria della giustizia che in realtà finisce per non giungere mai. Zodiac nel suo secondo tempo si sfilaccia in un labirinto di piste d'indagine che non portano a nulla mentre Amabili resti si conclude con l'assassino che, almeno in un primo momento, riesce a fuggire impunito pur essendo stato scoperto. Questo tipo di svolgimento ci frustra e ci annoia. Ci piacciono le grandi scene madri, ci entusiasma vedere l'uomo che compie il male venire punito per le sue azioni! Eppure se trovassimo la pazienza di dare una seconda possibilità a queste pellicole scopriremmo qualcosa di molto interessante. Pur avendo al centro crimini orrendi questi due film ricadono solo marginalmente nel genere thriller, e potrebbero esser meglio definiti come storie di onde generate da un sasso lanciato in un calmo stagno; un evento traumatico (uno o più terribili omicidi) genera una serie di conseguenze e il centro della narrazione sono proprio queste ultime.
Zodiac è la storia di un'ossessione divorante che distrugge la vita di chi si lascia dominare da essa, tanto è vero che il serial killer che dà il nome al film (realmente esistito ed effettivamente mai catturato) scompare gradualmente senza lasciar più tracce; l'unica cosa che resta è un'ostinata ricerca di verità che porta i personaggi all'autodistruzione. Il fumettista Robert Graysmith (Jake Gyllenhaal) e il giornalista Paul Avery (Robert Downey Jr.) finiscono per perdere la famiglia e il lavoro (e, in qualche misura, anche la sanità mentale); l'ispettore Dave Toschi (Mark Ruffalo) riesce ad evitare in parte questo destino accettando di arrendersi. Qualcosa di molto simile accade al padre di famiglia Jack Salmon (Mark Wahlberg), che in Amabili resti si vede strappare la figlia maggiore Susie (Saoirse Ronan) da un serial killer morbosamente attratto da bambine e adolescenti. Guidato dallo spirito dell'amatissima Susie, Jack mette a repentaglio la propria vita familiare e lavorativa nel disperato tentativo di farsi giustizia. In entrambi i casi questa ricerca della verità portata all'estremo finisce per essere incompresa e per alienare chi cerca di portarla a termine. Amabili resti e Zodiac sono costruiti su una struttura corale che, partendo da un evento scatenante, si concentra su cosa quest'ultimo comporta nelle vite di chi ne viene toccato, in modi e stili differenti: la regia di Peter Jackson è tanto calda e coinvolgente quanto quella di David Fincher tende alla freddezza ed alla celebralità. Tutti e due però riescono a tracciare ritratti ben delineati dei loro personaggi immersi nella ricerca del sasso che ha sconvolto la loro pace, e che, realisticamente, non riescono a trovare. Non resta quindi che cercare di venire a patti con l'impossibilità di arrivare a quella verità che pare in grado di restituire la serenità, ed ogni personaggio di questi due lungometraggi lo fa (o non lo fa) a seconda del proprio carattere e del proprio vissuto, generando una narrazione lenta e psicologica ma non per questo meno coinvolgente od affascinante se approcciata nel modo giusto.

martedì 28 aprile 2015

Avengers: Age of Ultron, prime impressioni

«Sembra facile fare un caffè» è solita dire mia madre. Sembra facile fare il blockbuster estivo più atteso dell'anno. Avengers: Age of Ultron ha almeno una decina di personaggi principali (e, per carità, non proviamo nemmeno a contare quelli secondari), più effetti speciali di ogni altro film Marvel, una continuità contorta da rispettare e di cui essere uno dei punti di svolta principali e, fortunatamente, una sola trama, seppure un po' ramificata. Tuttavia, la vera grande nemesi del regista Joss Whedon non è il film in sé: è il primo, sfolgorante capitolo uscito nel 2012, piazzatosi al terzo posto nella classifica dei più alti incassi cinematografici di tutti i tempi e diventato al contempo pietra miliare del genere cinecomic (se così vogliamo chiamarlo, ma sarebbe interessante discutere sulla sua esistenza specifica in quanto tale), coronamento di quella Fase 1 del Marvel Cinematic Universe che abbiamo tutti osservato con la stessa trepidazione dello spettatore che osserva un funambolo muovere un passo dietro l'altro sul filo. Il baratro è sempre pericolosamente vicino. La Fase 2 ha per ora confermato l'abilità di Kevin Feige e compari nel mantenere il proprio universo coeso di pellicola in pellicola senza perdere però l'unicità dei mondi di riferimento di ogni personaggio, non concedendosi di riposare sugli allori, come dimostra il rischio corso nel proporre quel gioiellino che è Guardiani della galassia. Avengers: Age of Ultron mantiene le promesse fatte? In gran parte sì e per qualcosa no. Whedon, vero maestro di equilibrismo, tiene in piedi un film dalle proporzioni bibliche senza perdere la grazia, anche se con un po' di fatica. Il fulcro della narrazione si sposta dai personaggi più famosi ed amati al precedentemente trascurato Occhio di Falco che, insieme a Vedova Nera, viene esplorato nella sua fragilità di essere umano immerso in scontri apocalittici tra prodigi della scienza e dei venuti dallo spazio; è proprio nello scontro tra un'umanità profondamente imperfetta ed una progenie tecnologica con pretese di superiore perfezione che il film trova il suo cuore. L'abilità di Whedon nel far parlare i propri personaggi si dimostra ancora una volta in una serie di scambi profondi ed efficaci, come la discussione tra Bruce Banner e Natasha Romanoff riguardo al futuro della loro relazione e la risposta di Pietro Maximoff ad Ultron sul perché lui e la gemella abbiano accettato di sottoporsi agli esperimenti di Von Strucker. Risulta quasi incredibile il fatto che nel vortice di avvenimenti che risucchia lo spettatore sin dalla rutilante scena d'apertura in medias res i singoli caratteri riescano ad emergere come i vari temi di una sinfonia. L'ironia tipica di Whedon compare a più riprese nei dialoghi e in alcune delle scene più divertenti, come quelle che coinvolgono il martello di Thor, personaggio che qualcuno ha trovato bistrattato ma che personalmente mi è parso ben bilanciato tra il suo status di dio e il suo carattere (almeno nell'universo filmico) bonario, sbruffone ed un po' ingenuo. È comunque inevitabile che qualcuno faccia le spese di tanta abbondanza e finisca per avere meno spazio di quanto necessario e se, nel caso di Quicksilver, ciò è in qualche misura perdonabile, lo è molto meno nel caso dell'antagonista principale, l'intelligenza artificiale Ultron che, a differenza del suo predecessore Loki, paga lo scotto di non avere avuto un film meno affollato in cui mostrarsi agli occhi del pubblico; come conseguenza di ciò risulta a volte incrinata la sua credibilità di avversario letale, sempre che questa fosse la sua specifica funzione e non piuttosto quella di mettere in piazza le evidenti - e pericolose - debolezze di Tony Stark, il suo nevrotico genitore di cui riprende i tratti caratteriali (allo stesso modo in cui l'Ultron dei fumetti riprendeva quelli del suo creatore originario Hank Pym), come un certo senso dell'umorismo che raramente ci capita di vedere in un robot. Visione, pur avendo pochissimo tempo per svilupparsi (compare soltanto nell'ultimo terzo del film) risulta compiuto ed affascinante.
Le scene d'azione sono sufficientemente acrobatiche e distruttive da soddisfare anche i palati più esigenti e mostrano come la regia di Joss Whedon nelle intricate coreografie delle battaglie sia molto migliorata da quella del primo capitolo, buona ma a volte troppo statica. Il montaggio, complice anche un taglio piuttosto pesante del film (tanto che già si mormora di una possibile edizione estesa), tende a tratti a rendere la vicenda più episodica di quanto già non sia, rischiando di portarla a dissolversi nel caos, anche se fortunatamente ciò non avviene mai: il film, pur barcollando, si tiene in equilibrio e raggiunge la sua sospirata meta. Joss Whedon ne esce, se non tra scrosci di applausi e marce trionfali, comunque vincitore. Il testimone passa ai fratelli Russo, che si occuperanno sia di Capitan America: Civil War che di Avengers: Infinity War parte prima e seconda: faccio loro i miei più sentiti auguri. 

domenica 26 aprile 2015

Le tre facce di Asami: ovvero, è tutto psicologico

Una piccolissima premessa: non credo che un film possa essere interpretato in un solo modo. Dopotutto, a ben pensarci, tutti noi non possiamo che essere noi stessi e pertanto non possiamo che giudicare un qualunque prodotto dell'ingegno umano attraverso le nostre conoscenze e la nostra sensibilità. Ovviamente, l'autore di un'opera ha in mente (forse) un significato preciso da attribuire al suo lavoro, ma è davvero l'unico che conta? Io non credo. Film come Quarto potere e 2001: Odissea nello spazio sono immensamente affascinanti proprio per la loro molteplicità di interpretazioni e significati, non tutte ragionevoli e non tutte giustificate, certo, ma nondimeno interessanti per i più svariati motivi (sociologici, storici, estetici, culturali, quello che vi pare, un motivo per interessarmi a qualcosa finisce che lo trovo sempre). Quella che vi presento oggi è la traduzione dall'inglese di un'analisi di Audition (Takashi Miike, 1999) che personalmente ho trovato molto completa ed interessante. È l'unica possibile? Ovviamente no. È piena di spoiler? Certo che sì, quindi fate attenzione. Detto questo, è la prima volta che mi cimento in una traduzione così lunga, quindi chiedo venia per eventuali ed imperdonabili errori grammaticali, lessicali, sintattici, di battitura e chi più ne ha più ne metta. L'analisi originale è questa qui, ma anche queste due recensioni (questa e questa, entrambe in italiano) sono abbastanza interessanti.

Le tre facce di Asami: ovvero, è tutto psicologico

Mi scuso per il ritardo con cui pubblico questo post. Non avevo nemmeno sentito parlare di questo film quando era uscito. L'ho scoperto soltanto di recente ma, caspita, sono contento di averlo fatto. Non è solo un bel film horror, ha un significato profondo, una volta che trovi la chiave per accedervi. Oltre a leggere i pochi post qui, ho letto anche tutte le 21 recensioni ad esso dedicate su www.IMDB.com (Internet Movie Database). E mentre la maggioranza delle persone l'ha apprezzato, per così dire, pochissime tra loro si sono minimamente avvicinate a comprendere il suo messaggio. Quindi dato che nessun altro l'ha visto in questo modo, potrei non stare centrando per nulla il bersaglio (I may be way off base). Per me però ha perfettamente senso; perciò sono lieto di condividere questo mio pensiero.

Avviso di spoiler: questa non è una recensione del film per quelli che non l'hanno ancora visto. È un'analisi dei significati psicologici del film per quelli che lo hanno già visto. Più avanti ci saranno degli spoiler: siete stati avvertiti.

Il film non ci mostra MAI la vera Asami. Né la ragazza remissiva all'inizio, né il demonio psicotico alla fine sono davvero lei. Tutto quello che noi vediamo per tutta la durata del film sono le personali percezioni che Aoyama ha di lei in ogni stadio della relazione; percezioni che non sono reali ma che invece sono influenzate dai suoi desideri e dal suo senso di colpa e poi proiettate su Asami.

martedì 14 aprile 2015

Braindead (1992, Peter Jackson)

Prendete un frullatore capiente e lanciateci dentro, nell'ordine che più preferite, un neonato zombi, un prete versato nel kung fu (con la miglior battuta mai pronunciata da un ecclesiastico), Psycho, degli organi interni particolarmente vanitosi, un mazzo di tarocchi, dei greaser, uno zio rozzo e avido, una ragazza spagnola, svariati litri di sangue, del pudding, un tosaerba, un bruttissimo ratto-scimmia di Sumatra, un po' di superstizioni assortite, un amuleto, membra insanguinate a piacere, humour nero finché ce ne sta, un po' di teste mozzate, una carrozzina ed un pastore tedesco. Vi avanza ancora del sangue? Buttatecelo dentro e che crepi l'avarizia. Azionate il frullatore, ovviamente senza chiudere il coperchio, e lasciate che spruzzi selvaggiamente per tutta la cucina mentre lanciate la vostra maturità fuori dalla finestra.
Braindead (uscito negli Stati Uniti con il titolo di Dead Alive ed in Italia come Splatters - Gli schizzacervelli) è, nelle sue assurdità e nella sua totale mancanza di buon gusto, una geniale commedia nera splatstick. Molti film splatter si imperniano su poche scene veramente sanguinolente, attorno alle quali resta un contorno abbastanza insipido. In Braindead al contrario per lo spettatore non c'è un attimo di respiro: ogni scena è a modo suo memorabile, un'aria grottesca ammanta il film fin dalla scena prima dei titoli di testa. Lionel, il protagonista, un riuscito incrocio tra Norman Bates e Ash Williams, è un ragazzo imbranato e succube della madre-padrona, che non sopporta di vederselo portare via dalla romantica e testarda commessa Pachita Maria. L'inizio delle sanguinose danze sarà dato da un incidente allo zoo con conseguenze imprevedibili. Da quel momento in poi il film precipita senza freni negli abissi più neri del gore, ma sempre pronto a scoppiare in una risata sguaiata. Non si trema di paura guardando questo film, e del resto non è sicuramente questo il suo obbiettivo: l'esagerazione con cui il sangue e gli smembramenti sono somministrati lo fa assomigliare più ad un curioso miscuglio di Looney Tunes, splatter e quella propensione alla stramberia che, almeno a chi scrive, viene del tutto naturale associare a Peter Jackson, che anche agli esordi e con un budget molto più ridotto rispetto a quelli con cui lavorerà in seguito, coadiuvato dai soliti Fran Walsh e Richard Taylor, confeziona un film registicamente solido, ben montato e con degli effetti speciali ottimi. I suoi soliti movimenti di macchina spericolati sono sempre giustificati dalla narrazione, non sono mai gratuiti, riuscendo così a non risultare mai pesanti. I personaggi, pur essendo fortemente stereotipati, non sono per questo poco interessanti o poco memorabili e questo vale per tutti: alla fine della visione non ci si può dimenticare del prete, dell'infermiera, del terribile infante zombi, dell'inquietante medico tedesco, della nonna spagnola veggente di nero vestita, delle amiche di Pachita uscite fuori direttamente da una fotografia anni cinquanta, dello spasimante ossessionato dai propri risultati sportivi. La sceneggiatura è piena di battute fulminanti che verrebbe voglia di imparare a memoria. Se sapete apprezzare certo umorismo nero e grottesco, deliziosamente adolescenziale, se volete, nella sua ingenuità, vi troverete più volte a ridere a pieni polmoni, rigorosamente lontano dai pasti.

venerdì 20 marzo 2015

Archeodispensa

«Inizio ad avere una certa fame» disse Marco appoggiandosi alla ringhiera del balcone con la sigaretta in mano. Alessio, seduto sul divano nel salottino, replicò stiracchiandosi: «Vediamo cosa c'è di buono». Nessuno dei due aveva avuto l'accortezza di pensare che fare la spesa a valle sarebbe stata una buona idea, perciò avrebbero dovuto cavarsela con quello che la baita dei nonni di Alessio, in cui si erano recati con la scusa ufficiale di studiare più tranquillamente, offriva. Nutrivano grande fiducia nell'abbondanza di cibo in scatola che avevano intravisto sul ripiano più alto della dispensa durante un sommario sopralluogo. 
Alessio aprì lo scricchiolante sportello e salì in piedi su una sedia mentre Marco si posizionava al suo fianco, pronto a ricevere e ad esaminare i reperti. L'alluminio impolverato delle latte luccicò nel buio con aria misteriosa. Alessio allungò una mano e afferrò un barattolo che passò subito a Marco. «Dividi quello che è andato da quello che è ancora mangiabile» ordinò. La lattina era ricoperta da uno spesso strato di sedimento, risultato di anni di oblio. Marco la spolverò con la manica: comparve una data seguita da un numero romano e, senza pensarci troppo, decise che i reperti di epoca fascista non sarebbero stati considerati commestibili. Sull'etichetta della scatoletta seguente si intuiva, sotto la polvere grigiastra, la sagoma di un volto. Aiutandosi con uno straccio (la polvere fascista, ligia al suo credo di resistenza ad oltranza, non voleva saperne di mollare la sua manica) la liberò dallo sporco e si trovò davanti il volto torvo e severo di Stalin, che pure tradiva una certa gratitudine per essere stato finalmente liberato da tutta quella polvere tra i baffi. Per la scatoletta successiva non fu necessaria un'analisi approfondita, in quanto precedentemente profanata e razziata da una banda di topi. Una batteria di lattine dall'ingenua grafica anni cinquanta fece sbocciare in loro una certa tenerezza e decisero di comune accordo di porla nella categoria, appositamente creata, del “forse commestibile”, ma, per quanto tentati, dovettero rinunciare a mettercene anche una decorata con eleganti caratteri liberty perché dopo una lunga discussione storica avevano deciso di porsi come discrimine la seconda guerra mondiale. L'etichetta di una scatoletta bassa e rettangolare riportava l'immagine di un pacifico yak himalaiano e questo li convinse a metterla da parte senza farsi troppe domande, anche perché nessuno dei due riusciva a distinguere una parola o una data dal groviglio di caratteri stranieri che vi erano stampati sopra. Alessio riuscì ad afferrare una scatoletta italiana di sardine che era rimasta incastrata in un angolo dietro ad un gruppo di minacciosi barattoli tedeschi: osservarono con stupore che apparteneva al 1999. Concordarono entrambi nel ritenere che il Millennium Bug non sarebbe stato un problema ed iniziarono ad apparecchiare.

Tropico del pullman

Si aggrappò alla sbarra del pullman con un moto di fastidio: era appiccicosa e viscida come se un vapore umido da foresta pluviale vi si fosse depositato sopra. Alzò lo sguardo speranzoso sopra le teste e i corpi degli altri passeggeri, pregando tra sé e sé che scattasse il verde e che l'esasperante e lento movimento del vecchio motore surriscaldato generasse almeno un flebile venticello. Il borbottio aumentò e il movimento improvviso in avanti fece ondeggiare tutti. Urtò con l'avambraccio una signora: il ventaglio le cadde di mano con un tonfo soffocato. Si scusò con un cenno e si infilò con fatica in mezzo alla selva aggrovigliata di gambe. I suoi occhi si adattarono presto alla penombra e frugarono in ogni anfratto, sotto ogni lembo di gonna, dietro ad ogni polpaccio e intorno ai tanti manici di borse trattenuti pigramente tra le mani, appesi come flessibili liane ad un albero. Un bambino piccolo con addosso una maglietta variopinta lo scrutò da qualche metro più avanti, canticchiando tra sé e sé. Si asciugò la fronte con il dorso della mano. Fortunatamente il ventaglio non era andato molto lontano: si era incuneato tra due paia di scarpe da tennis. Allungò la mano destra e lo afferrò con la punta delle dita. Si rialzò un po' a fatica e restituì l'oggetto alla legittima proprietaria, che lo ringraziò profusamente. Riconquistò la sua posizione accanto alla tiepida sbarra metallica appena prima della sosta alla fermata: le porte si aprirono con un leggero risucchio e lui chiuse gli occhi cercando di gustare fin nel più minimo dettaglio il lieve refolo d'aria fresca che s'insinuava tra i ranghi serrati dei passeggeri. Qualcuno gli infilò un gomito nella schiena e una pesante borsa di pelle trovò il modo di adagiarsi scomodamente sul suo ginocchio: cercò di non pensarci, volgendo tutte le sue sinapsi all'unico scopo di godere di quel piccolo, temporaneo piacere. Dopo poco percepì un ronzio vibrante che sembrò inghiottire i rumori esterni: il filo d'aria sparì ed il suo naso si riempì dell'odore appiccicoso e denso di un'operazione collettiva di inspirazione ed espirazione decisamente troppo ravvicinata. Tentò senza troppo successo di trattenere il respiro fino alla fermata successiva. Il pullman avanzava alla sconcertante media di un metro al minuto: c'era molto traffico e dai finestrini aperti al massimo non entrava nient'altro che l'odore pungente del fumo dei tubi di scappamento delle macchine accese attorno a loro, una percussione continua come tanti tamburi appartenenti ad una qualche invisibile tribù. Prese un respiro per quanto gli fu possibile: avrebbe tentato di guadagnare l'uscita.