giovedì 19 maggio 2016

Captain America: Civil War (Anthony e Joe Russo, 2016)

 
Il corpus narrativo dei film Marvel assomiglia ad un gigantesco ipertesto cinematografico: ogni parte è collegata ad un'altra da uno o più riferimenti, incarnati in un luogo, un avvenimento, un personaggio. La trama di Captain America: Civil War è strettamente allacciata al passato e al futuro dell'universo su schermo dei suoi supereroi. Il tema attorno al quale è costruita è molto interessante: la riflessione sui danni collaterali che scontri titanici possono comportare apre a scenari sfumati e molto vicini alla nostra realtà, dove scegliere il lato da cui schierarsi – tra libertà d'azione e responsabilità sofferta – può diventare una decisione difficile da prendere. 

mercoledì 11 maggio 2016

Hardcore! (Hardcore Henry, Ilya Naishuller, 2015)


Ai suoi albori, il cinema non era che uno schermo teso sotto un tendone. Un prodigio tecnologico, un divertimento per le masse, un artigianato pioneristico: quasi nessuno avrebbe allora osato accostare ad esso la parola “arte”. Spesso guardare alle radici è di grande aiuto per comprendere il presente: mi piace pensare che Hardcore!, nonostante il suo chiaro legame con le forme di intrattenimento più moderne, abbia qualcosa in comune con quei primi, spensierati cortometraggi. 

martedì 3 maggio 2016

Unfriended (Levan Gabriadze, 2014)


Le vaste pianure di Internet sono da sempre l'ambiente ideale per la creazione e la diffusione di leggende urbane dai toni più o meno foschi: le creepypasta, le loro più recenti incarnazioni, sono piccoli racconti dell'orrore generalmente anonimi che si espandono a macchia d'olio grazie alle condivisioni e al copia-incolla (da qui il nome, unione di creepy e del termine gergale copypaste). I social network, inoltre, in seguito al loro enorme sviluppo ci hanno obbligato a porci alcune domande scomode: per esempio, cosa succede ai profili online di una persona nel caso in cui questa muoia? Unfriended, un piccolo horror indipendente diretto da Levin Gabriadze e scritto da Nelson Greaves, gioca con tali idee e suggestioni in maniera interessante. 

martedì 26 aprile 2016

Hard Candy (David Slade, 2005)


Una delle prime scene di Hard Candy preannuncia già molto di quello che verrà. Un uomo di mezza età ed una ragazzina quattordicenne si incontrano in un bar dopo aver chattato per qualche settimana. Ci aspetteremmo che a tenere le redini della conversazione sia il primo, Jeff (Patrick Wilson); invece, sorprendentemente, a dirigere accuratamente il gioco, anche nelle sue svolte più insidiose, è la giovanissima e molto intelligente Hayley (un'allora esordiente Ellen Page), con indosso una felpa con cappuccio rossa che a molti ha ricordato la mantellina di un'altra fanciulla, protagonista di un incontro un po' troppo ravvicinato con un famelico lupo. Spostandosi tra i due protagonisti seduti uno di fronte all'altro, la macchina da presa indugia per un attimo su un volantino che annuncia la scomparsa di una giovane adolescente: chiaramente, che ciò accada non è per nulla casuale.

martedì 19 aprile 2016

La stregoneria attraverso i secoli (Häxan, Benjamin Christensen, 1922)


Il 1922 è un anno importante nella storia del cinema: arrivano sul telo da proiezione Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens, Friedrich Wilhelm Murnau, 1922), una delle prime pietre miliari del genere horror, e Nanook l'eschimese (Nanook of the North: A Story of Life and Love in the Actual Arctic, Robert J. Flaherty, 1922), l'apripista del lungometraggio documentario. A metà strada tra i due possiamo, se ci va, collocare La stregoneria attraverso i secoli, all'epoca la pellicola più costosa mai prodotta in Svezia, risultato di due anni di ricerche del regista Benjamin Christensen che, dopo aver trovato in una libreria tedesca una copia del Malleus Maleficarum, una guida per inquisitori del quindicesimo secolo, decise di dedicarsi alla realizzazione di un'opera incentrata sulle superstizioni (e conseguenti persecuzioni) dei secoli passati, in particolare del tardo Medioevo.

martedì 12 aprile 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot (Gabriele Mainetti, 2015)


Una recensione ha sempre molto di soggettivo; nel giudizio rientrano inevitabilmente la particolare sensibilità, gli interessi specifici ed i punti di vista sul mondo di chi scrive. Quando vediamo un film tendiamo ad assorbirlo tramite le nostre precedenti esperienze e le idee che portiamo con noi dalla realtà. Questo ovviamente non significa che non sia possibile avere alcuna base oggettiva: una conoscenza, preferibilmente un po' approfondita e sempre aggiornata, dell'argomento può aiutare a trovare una prospettiva abbastanza equilibrata. Pensare, tuttavia, di poter liberare il proprio sguardo da sé stessi e dal proprio posto – economico, sociale, psicologico – nel mondo è, per quanto mi riguarda, pura utopia. Leggendo una recensione cerco sempre di farmi un'idea delle posizioni, più o meno generali, del recensore, per capire come rapportare il suo giudizio al mio. È chiaro che se un appassionato di film indipendenti francesi vede un blockbuster americano il suo parere sarà molto diverso da quello che potrò formarmi io, che sono cresciuta a pane e videocassetta di Jurassic Park. Oppure, una persona con tratti caratteriali opposti ai miei difficilmente noterà le stesse cose che cattureranno la mia attenzione in una pellicola. Quello che dovrebbe fare una recensione, in fondo, non è solo valutare se un film è o meno meritevole di essere visto (se mi interessa davvero andrò comunque al cinema), ma soprattutto fornire un punto di vista diverso e capace di arricchire quello del lettore – certo, un'impresa non sempre facile.
L'interesse attorno a Lo chiamavano Jeeg Robot è sempre stato alto, sin da molto prima che uscisse effettivamente nei cinema: un film di supereroi ambientato a Roma e prodotto da italiani non poteva che far parlare di sé.

giovedì 7 aprile 2016

Il risveglio della Forza: generale Hux e Unkar Plutt

A una settimana dall'uscita in home video di Star Wars: Il risveglio della Forza, il nostro viaggio tra i suoi personaggi giunge al termine con due figure secondarie ma interessanti, il generale Hux interpretato da Domhnall Gleeson ed Unkar Plutt, sotto le cui mostruose sembianze si cela, inaspettatamente, Simon Pegg. Non temano, in ogni caso, i fan di Star Wars: c'è ancora Star Wars Rebels di cui parlare, e, in ogni caso, sotto il tag "star wars" potete trovare tutti gli articoli che ho scritto sull'argomento. Detto questo, vi lascio alla lettura di quest'ultima puntata, sperando che vi piaccia. 

Lato oscuro


Generale Hux (Domhnall Gleeson)