venerdì 20 marzo 2015

Archeodispensa

«Inizio ad avere una certa fame» disse Marco appoggiandosi alla ringhiera del balcone con la sigaretta in mano. Alessio, seduto sul divano nel salottino, replicò stiracchiandosi: «Vediamo cosa c'è di buono». Nessuno dei due aveva avuto l'accortezza di pensare che fare la spesa a valle sarebbe stata una buona idea, perciò avrebbero dovuto cavarsela con quello che la baita dei nonni di Alessio, in cui si erano recati con la scusa ufficiale di studiare più tranquillamente, offriva. Nutrivano grande fiducia nell'abbondanza di cibo in scatola che avevano intravisto sul ripiano più alto della dispensa durante un sommario sopralluogo. 
Alessio aprì lo scricchiolante sportello e salì in piedi su una sedia mentre Marco si posizionava al suo fianco, pronto a ricevere e ad esaminare i reperti. L'alluminio impolverato delle latte luccicò nel buio con aria misteriosa. Alessio allungò una mano e afferrò un barattolo che passò subito a Marco. «Dividi quello che è andato da quello che è ancora mangiabile» ordinò. La lattina era ricoperta da uno spesso strato di sedimento, risultato di anni di oblio. Marco la spolverò con la manica: comparve una data seguita da un numero romano e, senza pensarci troppo, decise che i reperti di epoca fascista non sarebbero stati considerati commestibili. Sull'etichetta della scatoletta seguente si intuiva, sotto la polvere grigiastra, la sagoma di un volto. Aiutandosi con uno straccio (la polvere fascista, ligia al suo credo di resistenza ad oltranza, non voleva saperne di mollare la sua manica) la liberò dallo sporco e si trovò davanti il volto torvo e severo di Stalin, che pure tradiva una certa gratitudine per essere stato finalmente liberato da tutta quella polvere tra i baffi. Per la scatoletta successiva non fu necessaria un'analisi approfondita, in quanto precedentemente profanata e razziata da una banda di topi. Una batteria di lattine dall'ingenua grafica anni cinquanta fece sbocciare in loro una certa tenerezza e decisero di comune accordo di porla nella categoria, appositamente creata, del “forse commestibile”, ma, per quanto tentati, dovettero rinunciare a mettercene anche una decorata con eleganti caratteri liberty perché dopo una lunga discussione storica avevano deciso di porsi come discrimine la seconda guerra mondiale. L'etichetta di una scatoletta bassa e rettangolare riportava l'immagine di un pacifico yak himalaiano e questo li convinse a metterla da parte senza farsi troppe domande, anche perché nessuno dei due riusciva a distinguere una parola o una data dal groviglio di caratteri stranieri che vi erano stampati sopra. Alessio riuscì ad afferrare una scatoletta italiana di sardine che era rimasta incastrata in un angolo dietro ad un gruppo di minacciosi barattoli tedeschi: osservarono con stupore che apparteneva al 1999. Concordarono entrambi nel ritenere che il Millennium Bug non sarebbe stato un problema ed iniziarono ad apparecchiare.

Tropico del pullman

Si aggrappò alla sbarra del pullman con un moto di fastidio: era appiccicosa e viscida come se un vapore umido da foresta pluviale vi si fosse depositato sopra. Alzò lo sguardo speranzoso sopra le teste e i corpi degli altri passeggeri, pregando tra sé e sé che scattasse il verde e che l'esasperante e lento movimento del vecchio motore surriscaldato generasse almeno un flebile venticello. Il borbottio aumentò e il movimento improvviso in avanti fece ondeggiare tutti. Urtò con l'avambraccio una signora: il ventaglio le cadde di mano con un tonfo soffocato. Si scusò con un cenno e si infilò con fatica in mezzo alla selva aggrovigliata di gambe. I suoi occhi si adattarono presto alla penombra e frugarono in ogni anfratto, sotto ogni lembo di gonna, dietro ad ogni polpaccio e intorno ai tanti manici di borse trattenuti pigramente tra le mani, appesi come flessibili liane ad un albero. Un bambino piccolo con addosso una maglietta variopinta lo scrutò da qualche metro più avanti, canticchiando tra sé e sé. Si asciugò la fronte con il dorso della mano. Fortunatamente il ventaglio non era andato molto lontano: si era incuneato tra due paia di scarpe da tennis. Allungò la mano destra e lo afferrò con la punta delle dita. Si rialzò un po' a fatica e restituì l'oggetto alla legittima proprietaria, che lo ringraziò profusamente. Riconquistò la sua posizione accanto alla tiepida sbarra metallica appena prima della sosta alla fermata: le porte si aprirono con un leggero risucchio e lui chiuse gli occhi cercando di gustare fin nel più minimo dettaglio il lieve refolo d'aria fresca che s'insinuava tra i ranghi serrati dei passeggeri. Qualcuno gli infilò un gomito nella schiena e una pesante borsa di pelle trovò il modo di adagiarsi scomodamente sul suo ginocchio: cercò di non pensarci, volgendo tutte le sue sinapsi all'unico scopo di godere di quel piccolo, temporaneo piacere. Dopo poco percepì un ronzio vibrante che sembrò inghiottire i rumori esterni: il filo d'aria sparì ed il suo naso si riempì dell'odore appiccicoso e denso di un'operazione collettiva di inspirazione ed espirazione decisamente troppo ravvicinata. Tentò senza troppo successo di trattenere il respiro fino alla fermata successiva. Il pullman avanzava alla sconcertante media di un metro al minuto: c'era molto traffico e dai finestrini aperti al massimo non entrava nient'altro che l'odore pungente del fumo dei tubi di scappamento delle macchine accese attorno a loro, una percussione continua come tanti tamburi appartenenti ad una qualche invisibile tribù. Prese un respiro per quanto gli fu possibile: avrebbe tentato di guadagnare l'uscita.   

Il veterano dell'attesa

L'attesa è una pratica che si affina con l'esercizio. Principio primo dell'arte dell'aspettare è dimenticarsi dell'orologio. Si individuano facilmente i principianti: incollano gli occhi alle lancette – o allo schermo del cellulare – e si lamentano ad intervalli regolari, in preda all'impazienza. Il veterano invece sa bene come comportarsi: l'orologio seppellito nella manica, con gli occhi legge un libro e con le orecchie ascolta distrattamente quello che accade nelle sue vicinanze: bisbigli, tasti premuti, fruscii di tessuto, cerniere aperte e chiuse, pettegolezzi, conversazioni telefoniche, chiacchiere familiari nella loro banalità. Spesso perde il filo della lettura per origliare discretamente una discussione interessante: vi partecipa vicariamente, parteggiando per qualcuno ed elencando mentalmente elementi da contrapporre a qualcun altro. Se si fa attenzione, si può cogliere nell'immobilità delle sue membra la determinazione del cacciatore che segue i passi di una possibile preda. Emerge dall'ombra solo per partecipare ai sommovimenti popolari, proteste o insurrezioni. Si scaglia contro chi non rispetta l'ordine di arrivo con la certezza dell'esperienza sul campo. Tuttavia ambisce sempre a ritornare alla sua posizione di sconosciuto nume tutelare temporaneo. Se necessario dispensa consigli a mezza voce e sorride ai bambini scorrazzanti, benevolo: ha già atteso tante cose in quello stesso luogo, in solitudine o guidando un piccolo plotone di sodali. Ogni volta, però, l'esperienza è differente. A volte si chiede perché non si paghi il biglietto per stare in fila.

sabato 21 febbraio 2015

Due parole su Whiplash

Questo breve scritto non vuole essere una recensione di Whiplash, gran film di Damien Chazelle: una sola visione proprio non basta. Vorrei comunque scrivere due righe su un argomento che in un certo senso mi sta a cuore.
Verso la fine del film mi ha colpito in particolare una scena: il protagonista si trova a riguardare un filmato della sua infanzia in cui un se stesso bambino suona entusiasta la batteria, e si commuove. A quel punto, ha già abbandonato la sua passione, diventata negli ultimi tempi un'ossessione insana grazie ai metodi severissimi dell'insegnante Terence Fletcher. Non ho potuto fare a meno di pensare che in quel preciso momento avvenga per lui una presa di coscienza: se perdi l'amore per quello che stai facendo, se smetti di divertirti anche se quello che ami ti fa dannare, resti un nevrotico guscio vuoto senza nulla da dire. L'idea che in qualunque disciplina si possa raggiungere un'utopica perfezione tramite la durezza dell'insegnamento è, per quanto mi riguarda, una follia. Non si addestra un cavallo in modo efficace frustandolo; non si insegna ad un cane l'obbedienza con la violenza. A maggior ragione non si può pensare di trovare il prossimo Charlie Parker umiliando psicologicamente un ragazzino di diciannove anni e portandolo a smarrire la spinta vitale che lo guidava. Beninteso, non credo che il film promulghi questo metodo (anzi, ritengo che sia esattamente l'opposto): penso soltanto che molte persone non comprendano davvero cosa vuole dire essere sottoposti ad una pressione psicologica di quel tipo ad un'età così giovane, in cui è davvero difficile vedere le cose in prospettiva. Un professore in quel particolare momento dell'esistenza dovrebbe essere una persona stimata, fidata, ovviamente severa se necessario: qualcuno dal quale si sia profondamente incentivati ad imparare il più possibile, che sappia trasmettere l'amore per la disciplina alla quale ha dedicato la sua carriera lavorativa. Nella vita di un ragazzo i primi e più importanti esempi di adulti, a parte i genitori, sono proprio i professori. Con la severità eccessiva e la violenza psicologica, temo, si generano soltanto mostri eccezionali e pieni di rancore. È lecito spezzare le gambe alla passione (e alla felicità) di decine di ragazzi inseguendo un sogno, per quanto nobile possa essere? Siamo del tutto sicuri che questo sia l'unico modo di ottenere risultati eccezionali, che la comprensione e l'empatia siano debolezze da estirpare e reprimere? Un ragazzo fragile può essere spinto a dare il meglio di sé soltanto se ferito e spezzato nell'animo? Potremmo voler sostenere che un comportamento del genere da parte di un insegnante sia tollerabile nel momento in cui ottenga ottimi risultati: in altri ambiti - lavorativi o sociali - costruiti su rapporti paritari tra adulti, questo stesso modus operandi sarebbe ugualmente scusabile? Non ho esperienza educativa, quindi non sono certamente la persona più adeguata per rispondere. Voglio credere comunque, nella mia ingenuità, che un rapporto di fiducia tra studente ed insegnante sia possibile e preferibile, che un ragazzo debole possa essere aiutato e sospinto con consigli e incitazioni e non a suon di schiaffi ritmati ed insulti, e che uno studente sia perfettamente in grado di rispettare un professore anche senza tremare alla sua vista. Non c'è ambizione, per quanto grandiosa, che giustifichi la distruzione di una personalità. Il piatto che quasi decapitò Charlie Parker fu lanciato soltanto una volta, non ogni giorno del mese: ed ho come l'impressione che se avesse smesso di amare visceralmente il suonare, se quello stesso sentimento si fosse trasformato in un incubo, anche lui non avrebbe più suonato nemmeno una nota.  

lunedì 16 febbraio 2015

Levin e Polanski, ovvero di chi è il bambino di Rosemary

L'opinione comune generalmente sostiene che «il libro è sempre meglio del film» ma, personalmente, trovo che sia un punto di vista un po' troppo rigido. Un'opera d'ingegno (non necessariamente d'arte) vive nel momento in cui viene rielaborata, analizzata, reinterpretata; altrimenti, come tutte le cose che rifiutano di evolvere, muore. La prima forma che essa assume è sempre ed indiscutibilmente la migliore? Prendiamo ad esempio Rosemary's Baby, romanzo di Ira Levin pubblicato nel 1966 e poi trasposto in lungometraggio sotto la direzione di Roman Polanski, appena giunto in territorio americano, nel 1968. 
Secondo la mia modesta opinione, il romanzo ha il grande pregio di avere un'ottima idea di fondo (debitrice sicuramente dello zeitgeist) che tuttavia finisce per essere castrata dal fatto stesso di essere espressa in una forma letteraria. Tralasciando del tutto l'aspetto stilistico, impossibile da analizzare in una traduzione che (almeno per quanto riguarda l'edizione in mio possesso) sospetto non essere delle migliori, l'atmosfera di suspense del romanzo è soffocata dai pensieri riportati di Rosemary e dalla struttura analitica della prosa, che non lascia spazio all'indeterminatezza in cui i brividi prosperano. Le parole - perlomeno nell'utilizzo che ne fa Ira Levin - tendono a circoscrivere, a concludere, e così facendo illuminano spazi che piuttosto trarrebbero maggior vantaggio dal restare in ombra. Ciò non vuol dire che la storia non sia avvincente o che il romanzo sia una lettura noiosa (dopotutto, è anche molto breve), ma semplicemente che all'occhio del lettore che abbia visto precedentemente il film del cineasta polacco è chiaramente evidente come la vicenda di Rosemary e del suo neonato non sia pienamente valorizzata dalla forma romanzo. Polanski (sceneggiatore oltre che regista) non modifica né reinterpreta l'intreccio ma piuttosto con il suo stile essenziale, analitico e crudele corregge i difetti letterari con pregi del tutto cinematografici. L'ingombrante voce interiore di Rosemary è quasi del tutto eliminata, contribuendo a dotare la vicenda di una ambiguità che amplifica il senso claustrofobico di disagio e paranoia che, fino alla fine, resta sospeso nell'aria, ai margini dell'immagine: ciò è particolarmente riscontrabile nella sequenza dello stupro, memorabile ed inquietante, durante la quale lo spettatore vede con gli occhi e con i sensi della protagonista - ma non in soggettiva, mantenendo una certa distanza - piuttosto che leggere una descrizione della sua esperienza, trattenendo in misura molto maggiore il senso di spaesamento, o ancora nella magistrale scena finale che lavora per sottrazione a partire dalle pagine del romanzo, mostrando il minimo possibile (il neonato non entra mai direttamente in campo) e lasciando che il terrore si formi e si coaguli nella mente, piuttosto che nella retina, dello spettatore. Tutto ciò è reso possibile in larga misura dalla natura visiva del medium cinematografico, che può, spesso e volentieri, fare a meno delle parole. Anche accadimenti minimi del libro, come lo spuntino a base di cuore di pollo, assumono un'importanza molto maggiore ed esprimono in modo sensibilmente più forte la loro carica disturbante, aiutati da una fotografia e da una regia fredda e mai troppo calcata - anzi, estremamente calcolata. È indubbio che, se Rosemary's Baby è assurto a caposaldo di quel fecondo sottogenere dell'horror che preferisce suggerire invece di mostrare, gran parte del merito sia da attribuire all'occhio e alla mente di Roman Polanski.   

venerdì 13 febbraio 2015

PRESENTE, ovvero: American Horror Story, svariate migliaia di anni dopo

Una necessaria premessa: non possiedo i diritti di American Horror Story ed ho scritto questa storia soltanto per esercizio e per diletto.

PRESENTE 

Violet osservava corrucciata il cielo innaturalmente pallido: era sicura che quel bianco accecante le avrebbe fatto lacrimare gli occhi se i suoi dotti lacrimali non fossero stati soltanto l'ombra di quelli che un tempo possedeva. Dalle finestre frantumate non passava nemmeno un filo d'aria; tutto era immobile, come in attesa. La temperatura, per quel che poteva dedurne una pallida immagine di essere umano come lei, sembrava leggermente più alta della media. Desiderò allora più che in ogni altro momento che il suo computer non avesse smesso di funzionare: avrebbe potuto cercare di capire qualcosa su quell'atmosfera così strana. Ormai tutto all'interno della casa, compresi i suoi abitanti, era distrutto e abbandonato.

giovedì 18 dicembre 2014

Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate, ma non solo

Voglio mettere subito in chiaro una cosa: questa non sarà una recensione, sarà una sperticata ed imbarazzante lettera d'amore. È altresì necessario che specifichi subito che parlerò de Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate e che, pur non entrando troppo nel dettaglio, qualche spoiler potrebbe sfuggire. Pertanto se non volete sapere nulla di quello che vedrete in quelle due ore e mezza, vi consiglio di non continuare la lettura per il momento.


Let me not to the marriage of true minds
Admit impediments. Love is not love
Which alters when it alteration finds,
Or bends with the remover to remove:
O no; it is an ever-fixed mark,
That looks on tempests, and is never shaken;
It is the star to every wandering bark,
Whose worth's unknown, although his height be taken.
Love's not Time's fool, though rosy lips and cheeks
Within his bending sickle's compass come;
Love alters not with his brief hours and weeks,
But bears it out even to the edge of doom.
If this be error and upon me proved,
I never writ, nor no man ever loved.

Shakespeare, Sonetto 116


Ogni volta che parlo con qualcuno della Terra di Mezzo di Peter Jackson mi premuro sempre di ricordare al mio interlocutore che su questo argomento sono la persona meno obbiettiva del mondo. Provo per questa - ormai - esalogia un amore profondo, un sentimento che per la sua propria natura mi porta ad amarne anche i difetti, allo stesso modo in cui della persona amata si ama una piccola ruga, una smorfia od un grosso neo. Sappiamo che per altri, più obbiettivi, potrebbero essere dei segni di bruttezza: ma è solo perché non possono guardarli con i nostri occhi, non li sanno amare come li amiamo noi, noi innamorati, che sappiamo coglierne la bellezza, goderne come nessun altro. Anche in ciò che è irregolare ed in qualche modo sbagliato riusciamo a vedere una parte dell'oggetto del nostro amore. Sarà insano? Se essere pazzi è così pieno di passione, così bruciante, così vivificante, lasciate che lo sia.
Ricordo di aver visto La compagnia dell'Anello per la prima volta in un giorno qualunque del 2002, a scuola, in una classe piena di studenti annoiati e su un piccolissimo televisore. Ho riempito pagine di quaderno scrivendo febbrilmente quello che succedeva mentre il nastro della videocassetta si svolgeva (dovevamo appuntarci la trama per una relazione: quando si tratta di scrivere sono sempre stata un'esagerata). Anche ad una bambina di undici anni era chiaro che quel film era diverso da qualunque altro, anche se ero troppo piccola per comprenderlo veramente in tutta la sua interezza. Vidi Le due torri in una simile condizione l'anno dopo, almeno per la prima parte: il percorso sui cicli bretoni e sulle leggende arturiane che avevamo svolto si era concluso da un bel pezzo e la professoressa aveva bisogno delle sue ore. Affittai la videocassetta e sul televisore della camera da letto dei miei (sempre piccolo e quadrato) potei vedere la battaglia del fosso di Helm e meravigliarmi che tanta grandezza e tanta potenza potessero essere contenute in una serie di immagini. Aspettai con trepidazione l'uscita del terzo film in DVD (i miei genitori sono sempre andati poco al cinema ed io ero troppo piccola per poterci andare da sola), pensando tra me e me che più di quella battaglia, di quell'assedio fradicio di sangue, di pioggia e di disperazione non si potesse fare. Guardai il trailer trasmesso da Mtv milioni di volte e poi, finalmente, nell'estate del 2004 mi feci regalare, per la fine della scuola, il cofanetto della trilogia in widescreen. Mi ritrovai a tremare sconvolta di fronte alla carica dei rohirrim. Passai la battaglia dei campi del Pelennor con le mani giunte di fronte al naso, in preghiera (lo faccio tutt'ora), sperando per la vittoria. Trattenni il fiato durante il discorso di Aragorn - finalmente re di Gondor - alla battaglia del Nero Cancello. La forza d'animo di Sam mi stupì e mi coinvolse, partecipai intensamente al suo dolore per Frodo. Mi scordai dell'ora e del giorno. Sapevo che Il ritorno del re sarebbe stato bello, ma non credevo così tanto; nemmeno credevo che si potesse immaginare - e tanto meno realizzare! - un film così. Era tutto quello che nei miei sogni più folli avrei desiderato, forse addirittura meglio, ed era tutto reale.
A coronare tutto questo arrivò infine, a notte fonda (tutti erano andati a dormire da un bel po', tutte le luci erano spente, solo lo schermo del televisore brillava nel buio), l'illuminazione. Non so dire se per tutti arriva: l'irripetibile momento in cui in una manciata di secondi tutto cambia. Per me arrivò alla fine de Il ritorno del re. Dentro il mio cuore di spettatrice sapevo che, per quanto mi dispiacesse, sarebbe arrivato il momento degli addii. Sapevo che avrei dovuto salutare Gandalf, Aragorn, Legolas e Gimli: sono personaggi delle leggende e ad esse appartengono, non alla calma serenità della Contea. Potevo accettare, sebbene con un po' di malinconia, che Frodo, Merry e Pipino si separassero: quello che davvero mi spezzò il cuore fu l'addio tra Frodo e Sam, il caro Sam, l'instancabile Sam che avanza fino alla fine sostenuto dalla forza del suo buon cuore di semplice hobbit. Mi resi conto d'improvviso che non vedevo più nulla: battei le palpebre e due lacrimoni enormi e bollenti, gonfi di tristezza, scivolarono giù. Non avevo mai pianto davanti ad un film prima di allora. La persona che rimosse il DVD dal lettore non era la stessa che ce lo aveva messo: in tre ore - e soprattutto in quei minuti finali - era cambiato tutto. Scoprii con il tempo e con le visioni che avevo solo iniziato ad amare quelle nove ore di film.
Potrei scrivere temi su ogni personaggio, su ogni battuta, su ogni inquadratura. Ho imparato ad amare la mano registica di Peter Jackson, così nuova, così personale, così follemente visionaria, nello stesso tempo barocca ed intimista, capace di tenere insieme l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo. Tutta la gigantesca costruzione di questa esalogia crolla se si estromette dal suo centro la comprensione dell'ossessione per il potere. Io credo che Peter Jackson capisca profondamente il cuore di questa grande storia ed ami profondamente i suoi personaggi, tutti, anche quelli più immorali ed indegni, col risultato che anche noi, che li vediamo in un certo senso con i suoi occhi, finiamo per amarli. Pur in mezzo a roboanti ed avveniristici effetti speciali, i suoi personaggi restano intimamente e profondamente umani.
Questa nuova trilogia è stata per me il rialzarsi del sipario per un bis. Avevo letto intorno al 2007 che Lo Hobbit era molto lontano dal realizzarsi e comunque non in mano a Peter Jackson e mi ricordo che pensai che era un gran peccato, perché - almeno per me - gran parte del fascino de Il signore degli Anelli cinematografico sta nella mano registica, così lontana dallo stile letterario di Tolkien - misurato, elegante, controllato - eppure così perfetta per descriverlo (vi insinuo il dubbio: potrebbe essere perché Tolkien e Jackson condividono una certa tendenza ossessiva). Accolsi la notizia dell'inizio della produzione con considerevole apprensione. A settembre 2012 vidi il primo trailer ed iniziai a contare febbrilmente i giorni.
Per quanto mi riguarda Un viaggio inaspettato, La desolazione di Smaug e La battaglia delle cinque armate mi hanno pienamente soddisfatto: c'è molto di cui godere in questa trilogia, tantissime trovate visive eccezionali, tantissimi momenti memorabili e meravigliosi. Sono sicura che ho ancora molto da scoprire su questi tre film - come del resto sull'intera esalogia - e non aspetto altro che il cofanetto per poter fare la maratona definitiva. La mano di Peter Jackson è tutt'altro che stanca, anzi, per quanto mi riguarda, è più viva - e pazza - che mai. La macchina da presa danza instancabile. Potrei parlare di ogni inquadratura di quest'ultimo film - come dei cinque precedenti - ma non finiremmo più. Mi limiterò giusto a qualche accenno: quei primi piani intensi e bellissimi di Bilbo e Thorin; Richard Armitage in grado di passare dalla gioia alla rabbia cupa, comunicando quasi soltanto con gli occhi; tutti quei quadri organizzati in modo chirurgico, i movimenti di macchina estremi; quel dialogo tra Thorin e Bard orchestrato con un occhio scenico impagabile; l'uccisione del drago, che sì, mi aspettavo che sarebbe stata un grande spettacolo ma non che avesse così tanto cuore, che fosse così commovente, che potesse stupirmi così; la morte di Thorin tra le braccia di Bilbo, una scena stupenda, perfetta, struggente; i momenti slapstick che solo un pazzo come Peter Jackson potrebbe osare infilare in una mitologia tanto solenne, che pure la umanizzano ed avvicinano a noi spettatori; la follia di Thorin, che da sola giustifica la scelta di passare da due a tre film; il dialogo tra Thorin e Bilbo in cui sulla voce del nano si inseriscono, in modo allucinatorio, le parole di Smaug; il rinsavimento di Thorin in una scena fortemente onirica e di grandissimo impatto visivo e sonoro; lo scontro tra Galadriel e Sauron, genuinamente e puramente visionario; l'attenzione alle conseguenze della guerra, l'indugiare sui cadaveri; l'ultima battuta di Saruman, che lascia in sospeso senza rovinare la sorpresa del successivo tradimento dello stregone; la bravura di Martin Freeman nel rendere le movenze e lo spirito di uno hobbit; e si potrebbe andare avanti ancora un bel po', scena per scena. Dirò ancora soltanto una cosa, il risultato più incredibile di questa trilogia, almeno per me: onestamente non credevo possibile che si riuscisse a collegare le due trilogie in modo che i punti di sutura fossero invisibili. Ero convinta che, per quanto belle e per quanto ambientate nello stesso mondo, un muro le avrebbe separate per sempre, soprattutto nel mio cuore. Invece arriviamo alla fine del film ed a separarle c'è soltanto una porta, tredici anni ed un fuoricampo invertito: ed è subito La compagnia dell'Anello. Tutti i sei film narrano un'unica grande storia il cui finale è sempre Il ritorno del re, punto di termine che ora, invece di sbiadire, diventa più fulgido che mai, ancora più pregno di significato. I personaggi e gli eventi beneficiano di un ulteriore approfondimento, il disegno è più esteso e ancora più maestoso. Ancora una volta Peter Jackson mi stupisce: non credevo che avrei potuto amare di più la sua Terra di Mezzo.