giovedì 24 dicembre 2015

The Jedi Steps and Finale, ovvero il maestro Williams è sempre con noi

Attenzione: in questo articolo ci sono SPOILER sulla fine di Star Wars: Il risveglio della Forza!


Vi ricordate come nella mia recensione dicessi che mi sembrava che la colonna sonora di John Williams per Star Wars: Il risveglio della Forza fosse un po' sottotono, anche se il mio buon senso mi diceva che avrebbe potuto essere soltanto un'impressione dettata dall'averla ascoltata soltanto una volta? Ieri sera ho avuto modo di ascoltarla di nuovo, fugando (quasi) ogni dubbio: le note del maestro Williams, l'uomo le cui composizioni mi hanno accompagnato dall'età di tre anni, sono lì a sottolineare ogni momento, sussurrando con l'arpa, suggerendo con gli archi o rombando a piena orchestra, sfruttando tutta la potenza degli ottoni. Prendiamo, per esempio, la composizione finale, che accompagna la salita di Rey al tempio Jedi, la comparsa di Luke e i titoli di coda, con la consueta carrellata di temi portanti. Prima che andiate avanti, credo sia d'obbligo informarvi del fatto che io non ho mai studiato musica: mi piace molto, ne ascolto tanta, ma non so nulla di tecnica. Quindi prendete questo mio commento come una descrizione emotiva, in cui anche i termini tecnici sono piegati all'espressione del sentimento.


sabato 19 dicembre 2015

Star Wars: Il risveglio della Forza, la recensione senza spoiler


Nel momento in cui conosci un tuo futuro grande amico, sai già che lo diventerà? Ovviamente no. Prima dovrai impararne il nome (che ti sarai dimenticato due secondi dopo avergli stretto la mano), scoprirne il carattere, i gusti, discuterci, andarci in giro, al cinema, al pub, al ristorante, litigarci, scusarti, ricevere delle scuse, scherzarci, punzecchiarlo, creare un sostrato di conoscenze e modi condivisi da entrambi, fino al punto in cui una sola occhiata basterà per capirsi. Questo è un po' quello che ho provato nel vedere Star Wars: Il risveglio della Forza (Star Wars: The Force Awakens, J.J. Abrams, 2015) ieri sera. Possiamo avere le opinioni più diverse rispetto all'(ex)esalogia ambientata nella galassia lontana lontana, ma quasi tutti ne conosciamo a memoria le battute, le inquadrature più belle, i temi musicali più affascinanti, perché li abbiamo rivisti ed analizzati fin nel più microscopico ed insignificante dettaglio. Vedere "Episodio VII" in cima alla didascalia iniziale è come uno strano sogno ad occhi aperti, c'è una parte di me che pensa sia soltanto un ologramma, un'illusione.

mercoledì 16 dicembre 2015

Una spada laser nel carrello

Immagine come al solito gentilmente fornita da Google.

Ogni volta che decido spontaneamente di infilarmi in un centro commerciale per qualche ora senza uno scopo preciso, entra-prendi-paga-esci, mi ricordo perché non mi piacciono. Marmo grigio, muri bianchi, scale mobili di ronzante metallo, insegne kitsch, negozi pieni di merci che non mi interessano e che non voglio ma che inevitabilmente attirano la mia attenzione, mi distraggono, mi anestetizzano in un vuoto microcosmo di cartellini, numeri e made in PRC, e va sempre a finire che, sotto le bianche luci elettriche accese anche in pieno giorno, lotto con un'immotivata malinconia, non importa se sono da sola o con qualcuno.

Le guerre dei cloni, parte quarta: Star Wars: The Clone Wars (2008-2014) II

Clicca qui per leggere il post precedente. Si conclude il nostro viaggio nelle serie animate dedicate alle guerre dei cloni, immergendoci in profondità in Star Wars: The Clone Wars, in attesa di iniziarne un altro - in qualche punto non meglio precisato del 2016 - incentrato su Star Wars Rebels. Prima di allora, comunque, parleremo di Star Wars: Il risveglio della Forza, presumibilmente durante questo fine settimana. Che la Forza sia con voi, dunque, e buona lettura!  

Star Wars: The Clone Wars (Dave Filoni, George Lucas, 2008-2014)



L'animazione, complice anche il costo piuttosto elevato (si va dai 750.000 dollari al milione per puntata), è di ottimo livello per un prodotto televisivo e i modelli dei personaggi sono curati e abbastanza espressivi, se si tiene in conto lo stile scelto dalla produzione, che è orientato più alla stilizzazione che al realismo, seppur messo in pratica tramite l'uso della grafica 3D che è tradizionalmente più incline alla riproduzione del vero rispetto all'animazione in due dimensioni: in ogni caso, trovo che questa contraddizione visiva dia i suoi frutti. Gli sfondi e le battaglie spaziali mostrano un livello di dettaglio e di cura più che apprezzabile.



martedì 15 dicembre 2015

Le guerre dei cloni, parte terza: Star Wars: The Clone Wars (2008-2014) I

Clicca qui per leggere il post precedente.

Star Wars: The Clone Wars (Dave Filoni, George Lucas, 2008-2014)



Con 121 episodi, cinque serie andate in onda su Cartoon Network più una, più ristretta, rilasciata su Netflix dopo la cancellazione (voluta dalla Disney, pare, per spostare risorse e menti creative su Star Wars Rebels, più vicino alla trilogia originale, molto più amata rispetto alla seconda), e altri 8 episodi rilasciati sul sito ufficiale di Star Wars come animatic (ovvero come storyboard rozzamente animati ma con il doppiaggio completato), Star Wars: The Clone Wars è la serie più longeva fino ad ora prodotta dalla Lucasfilm, oltre ad essere l'unica opera appartenente al passato, oltre ovviamente ai sei film, ad essere entrata a far parte del nuovo canone stabilito dopo il passaggio di consegne.


lunedì 14 dicembre 2015

Le guerre dei cloni, parte seconda: Star Wars: The Clone Wars, il film

Continua il nostro approfondimento sulle serie animate dedicate al periodo delle guerre dei cloni in Star Wars. Per leggere il post precedente, cliccate qui.

Star Wars: The Clone Wars (Dave Filoni, George Lucas, 2008)



Il progetto di una serie che continuasse a narrare gli avvenimenti degli anni delle guerre dei cloni nasce già nel 2005, quando quella precedente si era da poco conclusa; a farsi avanti è stavolta Dave Filoni, con il ruolo di supervising director, che insieme a George Lucas (che dispensa suggerimenti e proposte) orchestra le operazioni di una squadra di registi, sceneggiatori e animatori. Durante la lavorazione della prima stagione, Lucas decide di far uscire alcuni degli episodi al cinema come un unico film, che verrà però ricevuto in maniera estremamente negativa dalla critica.


venerdì 11 dicembre 2015

The Visit (M. Night Shyamalan, 2015)


Del regista di origini indiane M. Night Shyamalan ho visto molto poco, anche se ne conosco per sommi capi il travagliato percorso lavorativo, i grandi successi seguiti da altrettanto memorabili flop: Il sesto senso e The Village, entrambi moderatamente apprezzati ma certamente, per quanto mi riguarda, non memorabili. Non sono andata a vedere The Visit, quindi, né aspettandomi un capolavoro né temendo un disastro, ma sperando soltanto in un buon film, e sono stata accontentata.
La struttura di questo film horror a bassissimo budget (appena cinque milioni di dollari) è tra le più classiche del genere, ma viene innestata su un soggetto abbastanza originale: per permettere alla madre divorziata di andare in vacanza con l'attuale fidanzato, i due figli appena adolescenti (Olivia DeJonge e Ed Oxenbould) accettano di trascorrere una settimana a casa dei nonni (Deanna Dunagan e Peter McRobbie), che a causa di screzi familiari non hanno mai conosciuto. Come è lecito immaginarsi, nella villetta immersa nei campi e nel silenzio di questi ultimi avranno luogo strani eventi.

mercoledì 9 dicembre 2015

Le guerre dei cloni, parte prima: Star Wars: Clone Wars (2003-2005)


L'impero colpisce ancora è ritenuto, dai più, il miglior film di Star Wars, ed io credo che una delle ragioni sia la sua attenzione nell'occuparsi dei personaggi e delle relazioni tra di essi. George Lucas è un creatore di mondi, un costruttore di meccanismi narrativi, il supervisore di un grande ingranaggio, meno interessato, forse, alla dimensione interiore, all'aspetto emotivo delle vicende che racconta. Kershner, d'altro canto, pare attratto, più che dal quadro generale, dall'obbiettivo di porre l'attenzione (e l'occhio della cinepresa) sui personaggi e su quello che provano gli uni per gli altri, Han e Leia, Luke e Darth Vader. Forse è proprio questo aspetto a mancare nella trilogia prequel, a rendere i suoi personaggi meno amati: al centro della grande tragedia che è la fine della Repubblica Galattica e la caduta del Jedi più luminoso, Anakin Skywalker, i sentimenti dei personaggi sono indagati solo quel tanto che è necessario a far progredire gli avvenimenti, forse, senza un reale interesse a descriverli (il che non vuole necessarimente dire andar per le lunghe o tagliare le doverose scene d'azione), ed è difficile partecipare al dolore di Padmé, di Obi-Wan, dello stesso Anakin. Il fatto che esistano due serie animate incentrate sulle guerre dei cloni mi ha fatto pensare che queste ultime potessero essere l'occasione per dire qualcosa in più sulla trilogia prequel, anche grazie alla maggior durata, un qualcosa che pare quasi necessario. Le ho viste entrambe, e cosa ne ho cavato? Ve lo dirò nei paragrafi (e nei post) successivi, prendendole in esame una alla volta.


domenica 6 dicembre 2015

Beginners (Mike Mills, 2010)


Cosa fareste se vostro padre, rimasto vedovo dopo 44 anni di matrimonio, vi dicesse di essere gay e decidesse di vivere gli ultimi anni della sua vita seguendo finalmente la sua vera natura? Da questa vicenda, realmente accaduta, Mike Mills ne tira fuori un film, Beginners. La storia gira intorno ad Oliver (Ewan McGregor), un introverso graphic designer trentottenne, che passa attraverso l'esperienza di una nuova storia d'amore ripensando allo spiacevole ricordo del rapporto tra i suoi genitori e quello, del tutto diverso, degli ultimi, iperattivi mesi di vita del padre, determinato a non lasciarsi schiacciare dal cancro continuando a vivere al massimo delle sue possibilità e restando fedele a se stesso.


venerdì 27 novembre 2015

Perché penso che Il re leone sia uno dei migliori film Disney

Il 23 novembre del 1994 usciva nei cinema italiani Il re leone (The Lion King, Roger Allers, Rob Minkoff, 1994), partito, nelle aspettative dello studio, come un film di secondo piano rispetto a Pocahontas (Mike Gabriel, Eric Goldberg, 1995) e finito per essere il maggiore incasso mondiale per un film di animazione. Persone più competenti di me potranno scendere nei dettagli dell'animazione, della musica, della sceneggiatura, delle ispirazioni più o meno lecite. Con un po' di ritardo (come mio solito, nulla di nuovo) dirò due parole sul perché, secondo me, è uno dei film tematicamente più profondi della Disney, passando per Harry Potter e la pietra filosofale.


martedì 17 novembre 2015

Star Wars: Episode III - The Backstroke of the West


Palpatine, un grande oratore. 

Siamo nel 2005, Star Wars: Episodio III - La vendetta dei Sith (Star Wars: Episode III - Revenge of the Sith, George Lucas, 2005) è appena uscito nei cinema di tutto il mondo. Un giovane appassionato, tale Jeremy, che vive a Shangai, decide di acquistare un DVD piratato del film. Il volenteroso pirata cinese ha inserito anche i sottotitoli in inglese, pur senza - evidentemente - conoscerlo molto bene. Si è segnato quello che credeva di capire delle battute originali degli attori, naturalmente in cinese (aggiungendo qualcosa così, immaginiamo per un vezzo artistico), e poi ha tradotto il frutto del suo attento (emh) lavoro di ascolto nuovamente in inglese, probabilmente con un traduttore automatico: il risultato è ovviamente terribile ed esilarante.


lunedì 9 novembre 2015

Snoopy & Friends – Il film dei Peanuts (The Peanuts Movie, Steve Martino, 2015)


La produzione di lungometraggi d'animazione tende ad incanalarsi lungo due direttive principali: da un lato opere solide che, pur restando appetibili per un pubblico più giovane, affrontano temi e problematiche spesso molto mature (è il caso dei film Pixar), dall'altro grandi spettacoli pirotecnici in cui la coerenza e la tenuta di trama e sceneggiatura è grandemente tralasciata (molti dei prodotti Dreamworks rientrano in quest'ottica). Snoopy & Friends – Il film dei Peanuts (The Peanuts Movie, Steve Martino, 2015) all'interno di questa dicotomia si trova, in un certo senso, a metà strada: pur avendo una storia piacevole e coerente si articola lungo una struttura di gag correlate, un chiaro richiamo alle strisce a fumetti di Schulz da cui prende le mosse, mettendone in scena la pletora di personaggi e situazioni. Il suo più grande pregio sta nella capacità di immergersi nell'universo dell'infanzia senza snaturarlo, di descriverne teneramente l'innocenza senza confonderla con l'ingenuità, divertendo (supponiamo, non essendolo più) i bambini e scaldando il cuore agli adulti, restando, anche in questo, fedele alla sua fonte. L'animazione, pur essendo in computer grafica, richiama attraverso più elementi l'artigianalità del disegno animato, utilizzando anche in certi momenti baloon ed onomatopee. Le sezioni più divertenti del film sono, a parere di chi scrive, quelle dedicate all'eterna lotta di Snoopy contro il famigerato Barone Rosso, pura immersione nelle fantasticherie generate dalla venerazione per gli eroi della prima guerra mondiale. Forse Snoopy & Friends – Il film dei Peanuts (purtroppo vittima della mania italiana per i sottotitoli inutili, ci preme di aggiungere) non sarà ricordato come un grande classico del cinema d'animazione, non è particolarmente innovativo o rivoluzionario, ma resta comunque una visione godibile, che lascia allo spettatore adulto un senso di soddisfazione ed insieme di malinconia: tutti noi siamo costretti, con il tempo, a perdere l'innocenza, a diventare grandi, anche se questo non significa smettere di desiderare di potercisi riavvicinare, di poter tornare ad un'età dell'oro irrimediabilmente perduta, magari immergendoci per un'ora e mezza nei crucci dell'irriducibilmente onesto Charlie Brown.

venerdì 30 ottobre 2015

Crimson Peak (Del Toro, 2015)


Crimson Peak (Del Toro, 2015) è uno di quei film di cui, più che la trama, si apprezza – per così dire – l'artigianato. La vicenda di cui è protagonista Edith (Mia Wasikowska) amalgama elementi e tòpoi tipici dei grandi romanzi di epoca vittoriana, come Jane Eyre e Dracula, certamente avendo cura per il dettaglio e per le sfumature ma apparentemente senza evolvere in un racconto più grande od affascinante come succedeva ne Il labirinto del fauno (El laberinto del fauno, Del Toro, 2006). Guillermo Del Toro si relaziona alle sue fonti nelle vesti di devoto epigono, costruendo attorno alla sceneggiatura una messa in scena sontuosa. Si è molto parlato dell'uso dei colori in Crimson Peak, ispirato ai film in Technicolor di Mario Bava, ed in effetti, a meno che non si sia daltonici, in un periodo in cui il cinema mainstream ci ha assuefatto alla visione di mondi perennemente immersi in spenti toni desaturati, i rossi sanguigni, i neri vellutati, i purissimi bianchi, i blu profondi, le sfumature malaticce di verde e le calde e confortevoli gradazioni di seppia sono un vero piacere per gli occhi (oltre ad essere usati intelligentemente dal punto di vista narrativo). Le prove attoriali ci paiono tutte molto buone e il profilo affilato di Tom Hiddleston (chiamato a rimpiazzare Benedict Cumberbatch) si adatta perfettamente al ruolo dell'affascinante e cupo straniero. L'intricata scenografia di Allerdale Hall (completamente costruita senza l'ausilio della computer grafica) ha qualcosa di vivo e di pulsante che inquieta ed allo stesso tempo attrae; aspettarsi del realismo da un tale edificio, i cui recessi oscuri rimandano a quelli ben più spaventosi dell'animo umano, è del tutto fuori luogo. Il suo lento sprofondare nell'argilla rossa (ovviamente un segnale sinistro), che filtra in mezzo alle mattonelle e invade le tubature, è forse una delle idee più accattivanti del film. I fantasmi, in fondo, sono poco altro che ombre grottesche, emanazioni di persone vittime di eventi luttuosi che sembrano riemergere dal terreno, dai muri stessi. L'unica nota davvero negativa è il montaggio dei trailer, che riesce nel non facile compito di spoilerare quasi tutte le scene più importanti del film; da parte nostra, speriamo che l'approccio scelto da J. J. Abrams per i trailer di Star Wars: Il risveglio della Forza (Star Wars: The Force Awakens, J. J. Abrams, 2015), ovvero un montaggio atmosferico e non narrativo, sia seguito da sempre più registi, produttori e specialisti di marketing. 


venerdì 16 ottobre 2015

Suburra (Stefano Sollima, 2015)


Suburra (Stefano Sollima, 2015) è un lungo, rumoroso addensarsi di nuvole nere che promettono una tempesta di dimensioni inenarrabili; alla fine, però, quello che cade dal cielo è solo un acquazzone estivo. Le vicende rappresentate, pur essendo del tutto fittizie, sono pesantemente ispirate a recenti fatti di cronaca italiana ed in questo, in linea teorica, non ci sarebbe nulla di male; ma la mano che descrive e gestisce gli avvenimenti è pesante e poco accurata, ed alla rielaborazione narrativa preferisce un collage di articoli di giornale che manca di approfondimento. Si potrebbe argomentare dicendo che la realtà è in sé irrappresentabile, in quanto composta da innumerevoli sfumature che il solo occhio della macchina da presa, per quanto accurato, non può supporre di cogliere; ed è chiaro quindi che, se ad un racconto che, pur prendendo le mosse dalla realtà, la utilizza per tracciare un suo disegno personale se ne preferisce uno che da questa è in tutto e per tutto dipendente senza cercare l'affrancamento, il mondo reale finisce per risultare molto più interessante ed imprevedibile della sua pallida imitazione, condannata a ripetere pedissequamente quanto già detto, già visto, già vissuto. I personaggi sono sagome da poligono di tiro, immagini bidimensionali, così ricalcate su persone realmente esistenti da sembrare dei sostituti – gli originali saranno stati impegnati in una puntata di Porta a porta – con delle capacità recitative più che buone; ci sarebbero le potenzialità per sviluppare delle personalità interessanti – il mondo criminale ha sempre il suo fascino, dopotutto – ma non si rischia un'immersione in profondità, si naviga a pelo d'acqua e senza usare il sonar. Ci sono molti modi con cui è possibile mettere in scena un politico corrotto e con passioni pericolose, un capofamiglia mafioso, un reuccio di città con le mani in pasta ovunque, un uomo meschino senza arte né parte: Sollima, parandosi dietro lo scudo dell'attualità, sceglie di farlo nel modo più scarno e banale possibile, appiattendo i personaggi fino a farli diventare maschere che non ci spaventano né ci interessano più. La realtà, l'abbiamo già detto, ci ha abituato a mostri peggiori e più affascinanti. L'idea di fondo sembrerebbe essere quella di rappresentare un mondo senza più speranze, a pochi giorni dalla fine: il risultato, invece di essere ipnotico e piacevolmente velenoso, finisce per assomigliare ad un unico tasto ribattuto impunemente per due ore e dieci minuti. Tutto è malvagio, nulla può essere salvato, nulla può essere fatto se non aspettare che arrivi il giorno del giudizio, lasciandosi trascinare dalla corrente di una trama che non nasconde e non rivela ma che semplicemente si snoda senza sorprese, navigazione lungo la costa. L'eliminazione delle forze dell'ordine, che nel romanzo da cui Suburra è tratto apparivano in forze – almeno, così si legge in giro – è, con tutta la buona volontà dell'universo, ingiustificabile: si elimina così il polo opposto dello schieramento, si annulla il conflitto nel tentativo di rafforzare la rappresentazione di una dannazione eterna che suona, proprio per questo, ancora più artificiale. Sommerge il tutto una gran quantità di grigia pioggia torrenziale, che ci verrebbe la tentazione di definire un cliché, e una colonna sonora che, se in alcuni punti è accettabile, in altri finisce per soffocare irragionevolmente il film sotto una patina falsamente introspettiva. Se questo è un esempio del migliore cinema di intrattenimento che l'industria italiana riesce a proporre, la strada per arrivare a dei prodotti validi ed internazionalmente competitivi ci pare ancora piuttosto lunga.

venerdì 9 ottobre 2015

The Martian – Sopravvissuto (Ridley Scott, 2015)


The Martian – Sopravvissuto (Ridley Scott, 2015) ricorda un vestito di sartoria: le cuciture sono curate, i tessuti pregiati, e gli si perdona volentieri qualche banalità nella sceneggiatura, controbilanciata sul campo visivo da scelte tutt'altro che antiquate, come il passaggio dalla diretta tv alla realtà della sala stampa in un unico carrello, o le sovraimpressioni che informano gli spettatori dei nomi e del ruolo di alcuni personaggi velocemente e conservando minutaggio e battute per altri e più interessanti passaggi. L'occhio esperto di Ridley Scott emerge nel contrasto tra i primi e primissimi piani dei volti degli attori – Matt Damon, per ovvie ragioni, su tutti – e i campi lunghissimi dedicati alla superficie di Marte, un deserto di sabbia e rocce aranciate, memore forse di quella Monument Valley che nei decenni passati ha costituito lo sfondo di innumerevoli altre avventure di cavalieri solitari. Qualcuno, del resto, aveva già supposto da tempo una possibile affinità tra il cinema fantascientifico moderno ed il western:
[…] la profondità spaziale continua a non essere troppo distante dalle lande desolate del cinema western, un luogo talmente straniante da confinare con il mistico, l'ultimo rimasto in cui esista ancora la concreta sensazione che tutto possa accadere, in cui si avverte la presenza dell'ignoto e quindi in grado di mettere alla prova l'essenza stessa dell'essere umani.
http://www.mymovies.it/film/2013/gravity/

C'è qualcosa di rassicurante nei disperati tentativi di sopravvivenza di Gravity (Alfonso Cuarón, 2013), Interstellar (Christopher Nolan, 2014) e The Martian – Sopravvissuto; una purificazione catartica, una celebrazione dell'umana capacità di adattamento e resistenza che pare richiamare, in controluce, i grandi problemi – ecologici e sociali – della Terra del ventunesimo secolo. Contro ogni possibilità e previsione, anche di fronte ad ostacoli apparentemente insormontabili, sapremo cavarcela come sempre abbiamo fatto perché, nonostante tutto, siamo pieni di risorse, di intelligenza, di passione, di sentimento. Non c'è da stupirsi, quindi, se nel film di Ridley Scott abbonda l'ironia, lungi dall'essere presente soltanto in quanto ultima moda cinematografica sulla scia dei cinecomic Marvel: non c'è sentimento più umano del riso, scudo all'assurdità e alla violenza del mondo (dell'universo, in questo caso) e ultimo baluardo della ragione. 

lunedì 21 settembre 2015

Alien: riflessioni sul concetto di sequel


Non mi ritengo una spettatrice particolarmente severa, anzi, su alcune cose sono molto tollerante. Ho sufficiente fantasia per collegare in modo sensato i punti di una sceneggiatura un po’ lacunosa e accetto di buon grado qualche forzatura fantasiosa, se necessaria al proseguimento di una bella storia. Per esempio, trovo che la trilogia prequel di Star Wars, nonostante tutti i suoi grossi difetti, abbia anche dei grandi lati positivi, e credo di essere una dei pochissimi a cui la trilogia de Lo Hobbit è perlopiù piaciuta: forse ciò è dovuto alla mia abilità nell’importantissima arte del non farsi travolgere dall’hype. Non importa quanto magnificamente mi vendano un film, quanto sbalorditivo ed accattivante sia il trailer, io non entro mai in sala aspettandomi di vedere l’ascensione della Santa Vergine in 5K 3D Dolby ATMOS e diretta da infallibile mano divina. So bene che quelli dietro la macchina da presa, nonostante tutto, sono solo esseri umani con tutti i loro difetti e le loro convinzioni, in grado di sbagliare e liberi di avere un’idea diversa da quella che mi ero fatta io su come raccontare una vicenda. Trovo che sia più soddisfacente cercare di comprendere ed apprezzare la visione che c’è dietro al film, per quanto lontana dalla mia, piuttosto che sedermi sulla poltroncina del cinema con l’unico scopo di segnare i punti in cui il regista non fa quello che voglio io con la matita rossa. Non si impara mai niente di nuovo se non si esce fuori dai ristretti confini della propria mente, dopotutto. Messo in chiaro tutto questo, però, è ovvio come anche io abbia i miei limiti di accettazione, principalmente legati alla coerenza narrativa e di tono, che riassumo in modo semplice così: se in un film costruito e pubblicizzato facendo leva sul massimo realismo visivo come Il cavaliere oscuro – Il ritorno appare ad un certo punto una specie di sciamano che, letteralmente in un buco in mezzo al nulla, mette a posto una vertebra incrinata con un paio di pugni ben assestati, l'intera struttura del film si incrina perché si stanno facendo a pezzi le stesse regole narrative che si sono inizialmente stabilite. Allo stesso tempo se qualcosa di simile accadesse in un film sugli X-Men non lo troverei così fastidioso, perché quel mondo è verosimile, sì, e perlopiù realistico, ma non sta scritto da nessuna parte che sia esattamente uguale al nostro. Un'altra cosa che personalmente ricade nella categoria degli “assolutamente no” è il sequel distruttivo, ovvero quello che per esistere deve cancellare – con grado variabile di intensità – i capitoli precedenti, pur mantenendo la stessa continuity. Non ho niente in contrario al sequel in sé, so che le case di produzione non sono enti votati alla beneficenza e pertanto è chiaro che, se in possesso di una proprietà remunerativa, la sfruttino finché possono. L'unica cosa che spero è che lo facciano con un minimo di buon senso e soprattutto senza contraddirsi da un film all'altro. La saga di Alien in questo senso è emblematica.
Alien è un vero caposaldo insieme della fantascienza e del cinema horror, come il suo sequel, Aliens – Scontro finale, pur essendo due film estremamente diversi nel tono e nello stile. La stessa concezione dell'alieno protagonista da Scott a Cameron varia: concentrato delle qualità negative dell'umanità nel primo, animale letale nel secondo. Il creatore di Terminator, infatti, nel dare un seguito alla storia di Ripley sceglie una strada intelligente; rielabora infatti i temi di Alien adattandoli al suo stile, dandogli un'impronta personale, evitando, però, di entrare in contrasto con le regole stabilite dalla prima pellicola. Il risultato è un film di guerra ambientato nello spazio, in cui il gruppo dei protagonisti è tratteggiato con cura tale da non far rimpiangere il defunto equipaggio della Nostromo ed in cui l'atmosfera è satura di tensione sin quasi ai titoli di coda. Il problema si pone nel momento in cui da esso si voglia tirare fuori un ulteriore sequel: come per Terminator 2 – Il giorno del giudizio, l'impresa non è semplicissima, perché entrambi i film non presuppongono un seguito. James Cameron confeziona due finali chiusi e soddisfacenti: Skynet è definitivamente distrutto e gli xenomorfi sembrano definitivamente scomparsi sotto una nuvola di vapore delle dimensioni del Nebraska. Se si considera questo, si capisce perché entrambi i film sono stati seguiti da sequel tutt'altro che soddisfacenti, ma non per questo perdonabili. Il capro espiatorio, ovviamente, non può essere James Cameron: come si potrebbe incolpare qualcuno di aver fatto un film troppo bello, troppo completo? Dovrebbe essere un invito, una sfida a tentare altre strade, a provare altre soluzioni che abbiano un loro motivo di esistere all'interno dell'universo narrativo fin lì stabilito. Il problema, sia con Alien 3 che con Terminator 3 – Le macchine ribelli, è che entrambi coinvolgono lo spettatore in un giochino tutt'altro che piacevole, anzi, abbastanza frustrante: ti ricordi quel bel finale lì, quello che ti ha emozionato tanto, che ti ha spinto ad amare ancora di più questa saga? Ecco, fai finta che non sia mai esistito. Tutta la corsa a rotta di collo per fermare Skynet e la futura apocalisse nucleare non è servita a niente, perché tanto succederà tutto lo stesso. È irrilevante che Ripley abbia rischiato la vita in uno scontro all'ultimo sangue con la Regina per salvare Newt, Hicks e Bishop, personaggi che nel corso della vicenda avevi imparato ad amare: tanto moriranno tutti prima ancora della fine dei titoli di testa del terzo film. È un meccanismo che trovo insopportabile, perché non danneggia solo il film in cui compare, ma anche quello venuto prima, intaccandone la bellezza ed il significato, a meno che uno non decida, come faccio io, di fare finta che una simile idiozia non sia mai stata realizzata. Questo non vuol dire che mi dia meno fastidio, perché, accidenti, a differenza di Terminator, non era così tremendamente difficile dare un seguito decente alla saga di Alien. L'idea iniziale di Joss Whedon per Alien – La clonazione, poi non utilizzata, non era così terribile: il fatto di clonare Newt invece che Ripley l'avrebbe allontanato dai film precedenti e avrebbe evitato un brutto effetto James Bond. Inoltre, trattandosi di una serie di film ambientati nello spazio profondo del futuro, non sarebbe mancato un modo per giustificare una nuova comparsa degli xenomorfi: non sappiamo quanti alieni effettivamente esistano, e nemmeno se quella su LV-426 fosse l'unica colonia. Certo, il risultato probabilmente non sarebbe stato un altro caposaldo dello sci-fi come Alien o Aliens – Scontro finale, ma magari, pur restando qualcosa di derivativo, avrebbe avuto una sua dignità. Invece, su un sequel distruttivo (e tutt'altro che perfetto) si è sedimentato un altro sequel distruttivo: ve lo ricordate il sacrificio di Ripley, con le metafore cristologiche sparate in faccia allo spettatore? Non è servito a niente, perché tanto la riportiamo in vita. Uno dei grandi punti di forza del Marvel Cinematic Universe è che, essendo gli avvenimenti principali già stabiliti e pianificati, è difficile che si presenti una dinamica simile per cui a grandi pellicole seguono sequel che fanno finta che questi ultimi non siano mai esistiti. Questo ovviamente non vuole dire che tutti i film Marvel siano grandi capolavori della cinematografia: in una struttura simile il grande talento di Cameron forse non avrebbe potuto emergere, visto il forte controllo creativo dei produttori. Del resto, non si può avere tutto dalla vita, il franchise perfetto non esiste, quindi l'unica cosa che uno spettatore qualunque può fare è apprezzare i lati positivi di entrambe le formule: qualche film fenomenale seguito da altri tremendi (e possibilmente da evitare) in un caso, e una serie di buoni blockbuster senza troppi picchi di qualità verso l'alto o il basso nell'altro.

sabato 19 settembre 2015

Empire of Dreams, ovvero il miglior documentario su Star Wars


I making of e i filmati dal dietro le quinte dei film di Star Wars sono probabilmente nell'ordine delle centinaia. Empire of Dreams, prodotto per il cofanetto dell'esalogia uscito nel 2004 ed inspiegabilmente mai più incluso in nessuna raccolta successiva, è quasi certamente il più valido. Un montaggio di filmati d'epoca e di numerosissime interviste a cast, crew e alcuni illustri appassionati ci guida alla scoperta della creazione della trilogia originale, non lesinando sui dettagli e soffermandosi maggiormente, per ovvie ragioni, sulla genesi del primo capitolo, mostrando come e quanto l'uscita di Una nuova speranza abbia rivoluzionato il cinema della fine degli anni settanta, un'epoca in cui i grandi studios smantellavano i loro reparti di effetti speciali ed in cui la fantascienza non era considerata un genere remunerativo al di là dei B-Movie. Non è semplicissimo reperire il documentario nel 2015 e pertanto speriamo che lassù, nei piani alti della dirigenza Disney, si prenda in considerazione la possibilità di ripubblicarlo in qualche raccolta oppure online.

venerdì 18 settembre 2015

Inside Out (Pete Docter, Ronnie Del Carmen, 2015), recensione in pillole


Il grande successo di Inside Out in verità non ci stupisce particolarmente: i Pixar Animation Studios, infatti, ci hanno da tempo abituato all'eccellenza. La caratterizzazione e il design di ambienti e personaggi sono come sempre molto curate; il disegno a pastello delle emozioni risulta caratteristico e particolare, affrancandosi un po' dalla tendenza dell'animazione digitale ad assomigliarsi un po' tutta nel suo iperrealismo. La trama non è soltanto un pretesto per inanellare gag, come spesso succede nei film d'animazione prodotti da altri studi cinematografici: la psicologia e lo sviluppo della mente, materie che certamente paiono poco adatte ad un cartone animato rivolto (anche) ad un pubblico di bambini, sono trattate con piglio pop ed intelligentemente semplificate, senza snaturare, però, le discipline alla base. L'idea principale dietro al lungometraggio potrebbe addirittura rischiare di sembrare banale: quante volte abbiamo visto al cinema ed in televisione cervelli umani popolati da piccoli omini incaricati del nostro funzionamento? Tuttavia la simpatia delle cinque emozioni protagoniste – i loro dialoghi sono spassosissimi – e l'originalità con cui si è scelto di rappresentare la mente umana (quei grandi scaffali ricordano un po' la struttura di un server, e non crediamo che sia un caso) ci fanno scordare ogni caso precedente e ci invitano a seguire con partecipazione la storia, che scorre lungo due binari paralleli (il mondo esterno e quello interno alla mente della bambina) e strettamente collegati senza fastidiosi scossoni, concedendo anche qualche spazio alla pura spettacolarità che è parte imprescindibile dell'animazione (il parco di Immagilandia), ma senza che questa risulti del tutto gratuita. I luoghi della mente di Riley ed il personaggio di Bing Bong, il fantasioso amico immaginario, ricordano un po' il folle universo di Alice nel paese delle meraviglie (Clyde GeronimiHamilton LuskeWilfred Jackson, 1951), senza averne però il sarcasmo e l'inquietudine. La morale, infine, non è né banale né infantile, anzi, tutt'altro: le emozioni crescono con noi e si fanno via via sempre più complicate e variegate, e ci mettono in difficoltà fintantoché non impariamo a gestirle, scoprendo che anche quelle che meno desidereremmo provare, come la tristezza, ci sono in realtà necessarie, perché ci spingono a cercare aiuto negli altri, ad essere sinceri e a sfogare la tensione. Per apprezzare veramente la felicità, del resto, bisogna anche essere stati a contatto con la tristezza. L'unica nota meno positiva è forse il cortometraggio iniziale che nella traduzione italiana (che smarrisce il gioco di parole tra lava e love) perde un po' del suo significato, pur restando visivamente impressionante, con un livello di dettaglio maniacale per quanto riguarda rocce ed alberi.   

giovedì 27 agosto 2015

Tre motivi per cui Il risveglio della Forza sarà interessante (al di là del fatto che si tratta di Star Wars)

Una piccolissima premessa: questo è il primo di una serie di articoli su Star Wars che mi propongo di pubblicare in occasione dell'uscita di Star Wars: Il risveglio della Forza. Devo ancora annotarmi un piano completo di quello di cui intendo parlare, perciò, visto che per me “non dire gatto se non ce l'hai nel sacco” è una precisa regola di vita, non vi prometto niente. Ad ogni modo, visto che è da un bel po' che metto da parte idee, spero di scrivere parecchio e di non annoiarvi troppo.


Ammettiamolo subito: questo articolo è poco interessante perché, come disse un illuminato commentatore su YouTube, anche se Star Wars: Il risveglio della Forza fosse una vera merda, sarebbe comunque della merda di Star Wars. Comunque vadano le cose il prossimo dicembre saremo tutti schierati sulle poltrone di un qualche cinema, pronti ad immergerci nelle vicende della solita galassia lontana lontana sulle note della fanfara di John Williams. Pertanto, speculazioni e chiacchiere varie prima dell'uscita del film lasciano un po' il tempo che trovano, anche se ci piacciono moltissimo, basta prendere in considerazione la già considerevole lunghezza della pagina Wikipedia dedicata al film. Mettiamo, però, che qualcuno – come la sottoscritta, manco a dirlo – sia in vena di farsi domande senza senso, ad esempio: perché questo settimo capitolo di Star Wars sarà particolarmente interessante da vedere, al di là dell'ovvio fatto che appartiene ad una delle saghe cinematografiche più amate di tutti i tempi? Mi sono venute in mente tre possibili motivazioni, forse le più banali, anche se ce ne potrebbero essere molte altre. Eccole a voi.


Il capitano ha abbandonato la nave
Il settimo capitolo di Star Wars sarà il primo in cui il suo creatore, George Lucas, non sarà coinvolto in (quasi) nessun modo; infatti, pur non dirigendo i due seguiti de Una nuova speranza, se ne occupò comunque molto da vicino: di entrambi scrisse i soggetti (e per Il ritorno dello Jedi lavorò alla sceneggiatura con Lawrence Kasdan) e supervisionò la produzione, finendo poi, dice la leggenda, per dirigere molte scene del capitolo finale della trilogia originale a causa della poca dimestichezza di Marquand nel girare film con molti effetti speciali. Se è più o meno certo che la storia del capitolo in uscita a dicembre 2015 sia ispirata ai famigerati appunti di Lucas riguardanti il seguito de Il ritorno dello Jedi, è pur vero che pare che Lawrence Kasdan e J.J. Abrams, tra gli altri, l'abbiano pesantemente rimaneggiata; a questo proposito mi sembra utile rimarcare come il fatto che Lucas abbia scelto, a suo tempo, di non dirigere né L'impero colpisce ancoraIl ritorno dello Jedi (a causa del fortissimo esaurimento fisico e nervoso di cui il regista soffrì durante la lavorazione del primo film) sia stata, a posteriori, un'ottima decisione, perché ha permesso alla saga di non legarsi indissolubilmente allo stile ed al gusto di un unico regista. In altre saghe, come per esempio Indiana Jones, Ritorno al futuro o la saga della Terra di mezzo, potrebbe rivelarsi molto più difficile far accettare al pubblico un ipotetico seguito non diretto sempre dalla stessa mano che i fan, probabilmente, vedono ormai come parte integrante ed identificativa dell'opera. 


Dai fan per i fan
J.J. Abrams e moltissimi dei professionisti coinvolti nel progetto sono grandi fan della trilogia originale di Star Wars: in cima alla loro letterina per i regali di Natale ci sarà stato sicuramente, ad un certo punto della loro infanzia, un modellino del Millennium Falcon. Non capita poi così spesso, nonostante si sia nell'era dei remake, di vedere autentici fan dell'opera originale al lavoro su un suo seguito, forse proprio per la sopracitata difficoltà di certe saghe a passare il testimone. Star Wars: Il risveglio della Forza è, tralasciando la presenza di Lawrence Kasdan, una specie di fan-film ufficiale. Il vedere come questo aspetto emergerà dall'opera finita potrebbe rivelarsi molto interessante.


Il ritorno degli animatronic
J.J. Abrams ha dichiarato in più occasioni che gli effetti speciali nel film saranno quanto più possibile reali e presenti sul set invece che elaborati digitalmente. Molto del materiale promozionale finora emerso si è focalizzato sul rafforzare tali affermazioni, mostrando veri astrodroidi, veri X-Wings, veri Millennium Falcon e vere torme di attori in costume da alieno. Ciò è stato accolto in maniera entusiastica dai fan di Star Wars, molti dei quali sono rimasti profondamente scottati dalla galassia quasi interamente digitale portata sullo schermo da George Lucas nei primi anni del duemila nella trilogia prequel, e ancor di più dalle modifiche digitali introdotte dallo stesso Lucas all'interno delle edizioni speciali della trilogia originale nel 1997. Quello di limitare il ricorso agli effetti speciali digitali in favore di tecniche percepite come più realistiche è un orientamento verso cui molti cineasti si stanno volgendo, una corrente di cui Star Wars: Il risveglio della Forza, se in grado di mantenere le promesse finora fatte, potrebbe diventare il più illustre esponente.  

sabato 1 agosto 2015

Black Sheep – Pecore assassine (Black Sheep, Jonathan King, 2006)


Ci sono film dell'orrore che cercano di veicolare un messaggio al di là dei brividi; per esempio, una critica della società in cui vengono prodotti, come i film sugli zombie di George Romero. Ecco, Black Sheep – Pecore assassine (Black Sheep, Jonathan King, 2006) con tutto ciò non ha nulla a che fare. Anzi, a voler essere precisi, più che un horror in senso stretto è una commedia splatter in cui i classici e pericolosissimi esperimenti genetici portano, invece che ad un'orda di morti viventi mezzi decomposti, a soffici pecore divorate dal desiderio di brucare – letteralmente – carne umana. Il film è stato interamente realizzato in Nuova Zelanda, il che traspare, oltre che dai bellissimi ed incontaminati paesaggi, anche dal soggetto della storia: una delle attività locali più fiorenti, infatti, oltre all'attirare appassionati de Il signore degli anelli, è proprio l'allevamento di ovini. I collegamenti con l'esalogia ambientata nella Terra di mezzo, però, non finiscono qui: l'unione di splatter e commedia è chiaramente ispirata ai primi film di Peter Jackson, Braindead (Peter Jackson, 1992) in testa; inoltre, gli effetti speciali – sia reali che digitali – sono stati curati dal Weta Workshop e da Richard Taylor, collaboratore di lunga data di Jackson. I pupazzi animatronici delle pecore mannare sono, pertanto, di ottima fattura e sfruttati bene, e le eventuali problematiche date da un budget probabilmente non troppo ampio sono risolte degnamente, con l'uso delle luci (spesso molto contrastate) e delle inquadrature, tra le quali meritano sicuramente una menzione quelle più semplici, che riescono a rendere inquietanti delle normalissime pecore perfettamente immobili.


Il film rispetta le classiche formule dello splatter, mettendo in mostra litri di sangue e metri di viscere all'aria, con una vena demenziale che via via emerge sempre di più fino all'apoteosi del finale, senza arrivare, però, alle altezze (o bassezze, a seconda dei punti di vista) di Braindead; l'argomento agreste è l'occasione per prendersi gioco di animalisti e vegetariani, ma sempre a cuor leggero. Si ride spesso, in Black Sheep – Pecore assassine, se si è amanti di un certo umorismo nero e paradossale, e la sceneggiatura fa il suo dovere, mettendoci a conoscenza del fatto che anche nell'altro angolo del globo c'è una certa preoccupazione per gli allevatori, come dire, eccessivamente affezionati ai loro capi di bestiame. Merita indubbiamente una visione se si è appassionati di cinema splatter, meglio ancora se di gruppo e accompagnata da un adeguato quantitativo di birre fredde.  

giovedì 30 luglio 2015

Ofelia, la disobbediente


C'è un momento all'interno de Il labirinto del fauno (El laberinto del fauno, Guillermo del Toro, 2006) in cui noi spettatori pensiamo che Ofelia faccia una cosa veramente stupida: disobbedisce, apparentemente in modo ingiustificato, agli ordini del fauno e prende due acini d'uva dalla tavola imbandita dell'uomo pallido, risvegliandolo dal suo sonno, rischiando la vita e provocando la morte di due fatine. Non è la prima volta nel corso del film che Ofelia sceglie di non comportarsi come le viene suggerito, più volte non ascolta le raccomandazioni della madre, ma questo episodio spicca in particolar modo: era affamata, è vero, ma perché sceglie di mangiare quei due acini quando le era stato detto chiaramente di non farlo? A prima vista questa decisione potrebbe sembrare un errore della sceneggiatura, una semplice ingenuità: in realtà è uno dei momenti in cui emerge più chiaramente il tema portante del film, che tiene uniti mondo fantastico e mondo reale. L'accaduto viene discusso nel successivo dialogo tra Ofelia ed il fauno in cui lei, di fronte ai rimproveri della creatura, si giustifica dicendo che credeva che nessuno avrebbe notato una così piccola sottrazione. Il fauno le risponde con parole crudeli: non potrà mai tornare nel suo regno e sarà condannata a restare mortale. Da questo punto in poi le cose si fanno sempre più cupe e drammatiche per la povera bambina e, significativamente, anche per i guerriglieri della resistenza antifranchista: la madre muore nel dare alla luce il fratellino, il Capitano Vidal rinchiude Ofelia nella sua triste e lugubre stanzetta e nel frattempo infligge grosse perdite ai combattenti accampati nei boschi e scopre i loro sostenitori, il medico e Garcés. In realtà, però, la scena dello scontro con l'uomo pallido contiene già, al suo interno, l'elemento che porterà Ofelia (e i guerriglieri) alla vittoria. Ritorniamo alla risposta di Ofelia al fauno: sono le innocenti parole di una bambina che cerca di discolparsi, non sembrano avere altri significati. Proviamo, tuttavia, a metterle in relazione con un'altra giustificazione, quella del medico di fronte al capitano Vidal, che gli chiede perché non ha semplicemente eseguito gli ordini invece di aiutare il partigiano catturato a morire, alleviandogli le sofferenze:
Capitano Vidal: Perché lo ha fatto?
Dottor Ferreiro: Era l'unica cosa che potessi fare.
Capitano Vidal: Avrebbe potuto obbedirmi!
Dottor Ferreiro: Avrei potuto... Ma non l'ho fatto.
Capitano Vidal: Be', sarebbe stato meglio per lei, questo lo sa. Non la capisco... Perché non mi ha obbedito?
Dottor Ferreiro: Perché obbedire senza pensare, così, istintivamente, lo fa solo la gente come lei, capitano!

Ofelia, pur sbagliando, ha pensato all'ordine che aveva ricevuto e si è chiesta se fosse il caso di rispettarlo o no, non ha agito meccanicamente come usa fare il suo patrigno, militare implacabile e crudele. Ciò che le permetterà, infine, di ritornare nel suo regno incantato è il coraggio di disobbedire, rifiutandosi di ferire il suo innocente fratello per aprire il varco magico, nonostante sia la causa diretta delle sue sventure e anche se prendere tale decisione la porterà alla morte. Torna alla mente la storia che racconta al suo fratellino ancora non nato, in cui narra di una rosa in grado di donare l'immortalità ma circondata da spine letali: gli uomini della favola (e non solo, aggiungeremmo) parlano solo della loro paura della sofferenza e della morte, mai del mirabile dono che potrebbero ottenere. La madre di Ofelia si piega al volere del capitano nella speranza di ottenere una vita migliore per sé e per la figlia, ma muore; lo stesso capitano Vidal persegue fino all'ultimo, rigidamente, il suo piano prestabilito, senza riflettere, pur divorato da presentimenti di morte, e finisce per perire colpito dai guerriglieri, che gli assicurano che suo figlio non conoscerà mai il suo nome. Ofelia e, in parallelo, anche Garcés, il dottore ed i combattenti, non si comportano da soldatini, rifiutano ciò che ritengono sbagliato, lottano per quello in cui credono e sopportano le difficoltà: il finale – anche se malinconico – li premierà. E se è vero che sia Ofelia sia il capitano Vidal muoiono, è altresì vero, però, che il loro destino finale è molto diverso, come evidenzia l'epilogo narrato del film:
E si dice che la principessa discese nel regno paterno e che lì regnò con giustizia e benevolenza per molti secoli, che fu amata dai suoi sudditi e che lasciò dietro di se delle piccole traccie del suo passaggio sulla terra, visibili solo agli occhi di chi sa guardare.

Ofelia verrà amata e ricordata, il suo patrigno sarà sconosciuto persino al suo stesso figlio. Si spiega, così, la scelta di del Toro di unire una storia fantastica e favolosa ad una pagina nera della storia di Spagna: le due linee narrative avanzano parallelamente portando alla luce il messaggio dell'opera. Il labirinto del fauno si rivela pertanto come un film fantasy profondo e pregno di significato: anche nei momenti più bui si deve trovare il coraggio di dire di no, di rifiutare l'ingiustizia, di non guardare dall'altra parte nonostante sia più facile, anche a costo di grandi sofferenze.

mercoledì 29 luglio 2015

Il tallone d'Achille di Terminator

Perché i sequel di Terminator venuti dopo Terminator 2 – Il giorno del giudizio arrancano narrativamente? Visto che ho finito gli esami e soffro di logorrea da tastiera, ho cercato di darmi delle risposte. Chiunque abbia il coraggio di leggere tutto questo papiro ha la mia ammirazione. I tre disegni che, oltre ai due fotogrammi dai primi due Terminator, accompagnano il post sono schizzi e disegni preparatori di James Cameron per il primo film e li ho trovati sulla pagina Facebook della Stan Winston School of Character Arts, che consiglio caldamente di seguire a chiunque ami il cinema e gli effetti speciali.  



martedì 21 luglio 2015

Babadook (The Babadook, Jennifer Kent, 2014)

Which connects to the idea that The Babadook is a horror movie, but it’s first and foremost about Amelia and Sam. 
Yeah, and I understand that The Babadook is being sold as a horror film. Films need to be sold throughout the world, and they need to reach an appropriate audience, but, for me, I never approached this as a straight horror film. I always was drawn to the idea of grief, and the suppression of that grief, and the question of, how would that affect a person? I like stories that are heightened and have a mythical quality, which is why I didn’t just keep it in the psychological realm—it skips over into this other realm of supernatural mythology. But at the core of it, it’s about the mother and child, and their relationship.

The Year's Best Horror Movie? It's This Australian Creepshow, Hands Down
Esiste un longevo filone, all'interno del genere horror, fatalmente attratto dai lati oscuri del femminile: il che non dovrebbe stupirci particolarmente, se pensiamo che uno degli obbiettivi di un buon horror è incrinare le nostre più radicate certezze (almeno per un paio d'ore), e il mito della donna come madre è qualcosa che, dalla Venere di Willendorf alla Vergine Maria, percorre tutta la storia del genere umano.


Scritto e diretto da Jennifer Kent, Babadook nasce come espansione di un corto diretto dalla stessa Kent nel 2005, Monster. Se sul significato del nome Babadook l'Internet Movie Database fornisce svariate ipotesi, tra le quali la più semplice è che sia un anagramma di “a bad book”, l'ispirazione dietro l'aspetto del mostro è chiara: il costume di Lon Chaney Sr in London After Midnight, film muto del 1927 andato definitivamente perduto nel 1967 durante un incendio nei magazzini della MGM.


Babadook appare, più che come un film dell'orrore ortodosso, come un dramma psicologico che utilizza topos e stilemi del cinema di paura per raccontare la storia di una donna isolata e depressa, divenuta vedova e madre lo stesso giorno in circostanze traumatiche, e che proprio a causa di ciò non riesce ad occuparsi di un figlio dal carattere difficile che nelle sue assillanti richieste di attenzioni mostra di percepire il distacco materno, sofferto e pieno di sensi di colpa. I tanti impietosi primissimi piani sul volto di Amelia (un'ottima Essie Davis) mettono in evidenza la stanchezza impressa nelle rughe e nelle occhiaie del suo volto. Il piccolo budget di due milioni e mezzo di dollari (trecentomila dei quali raggranellati tramite Kickstarter) è utilizzato fino in fondo, come è evidente nella cura della fotografia e della scenografia; la casa di Amelia è desolata e soffocante, tinta di lugubre nero e livido azzurro, lo scenario perfetto per la manifestazione di un mostro che non è altro che la proiezione delle fantasie più inconfessabili di una donna giunta al limite estremo della sopportazione. Il film raggiunge i suoi migliori risultati quando lascia che siano gli ambienti e le atmosfere a suggestionarci, a spingerci a rabbrividire: presentiamo che qualcosa di orribile sta per accadere, lo immaginiamo acquattato dietro le porte, nascosto nelle ombre, mimetizzato nel silenzio. Quando invece la narrazione diventa più esplicita qualcosa sembra perdersi, le citazioni da altri celebri horror (come Shining e L'esorcista) ci sembrano troppo familiari, e la catastrofe che infine, dopo tanta attesa, arriva forse non è abbastanza catartica per farci saltare sulla poltrona. In ogni caso, il finale redime tali difetti con una trovata non banale e, in un certo senso, commovente: non è possibile liberarsi del tutto della depressione, ma è possibile tuttavia tenerla a bada, ricordandosi, ogni tanto, di portarle da mangiare.


domenica 14 giugno 2015

Jurassic World (Colin Trevorrow, 2015)

Guida rapida per una visione ottimale di Jurassic World: avvolgetevi completamente nella vostra sospensione dell'incredulità (non dimenticate i piedi), ficcate il vostro senso logico sotto la poltrona del cinema con una pedata, invitate un bel po' di amici e concordate l'abolizione del silenzio in sala.


Jurassic World inizia nel migliore dei modi possibili per essere il quarto capitolo di una saga tra le più famose della storia recente del cinema: in medias res, risparmiando allo spettatore poco interessanti spiegazioni di perché e percome, presentando i personaggi all'interno dello svolgimento della vicenda. Un altro punto positivo, almeno per chi scrive, è il permanere di una certa autocritica del capitalismo e del consumismo, fortemente evidente già in Jurassic Park. I visitatori del parco vogliono dinosauri più grossi, più feroci e con più denti: presumibilmente, vale lo stesso anche per gli spettatori in sala. L'Indominus rex è la risposta data contemporaneamente al pubblico fittizio ed a quello reale, e la sceneggiatura parla ad entrambi in più modi. La sequenza dell'arrivo dei due ragazzini protagonisti ad Isla Nublar è la visualizzazione di un sogno che ha abitato la mente di qualunque bambino abbia posseduto una videocassetta di Jurassic Park: come sarebbe il parco? Che cosa si proverebbe a visitarlo? Quali attrazioni sarebbero presenti? A vent'anni di distanza abbiamo la risposta, ed essa ha più di una somiglianza con quelle vecchie pubblicità di Disneyland Paris presenti sulle VHS Disney: qui su She's overbored non crediamo che sia un caso. Il pubblico di riferimento di Jurassic World ne conserva sicuramente qualche ricordo. Il personaggio di Ty Simpkins, Gray, rappresenta in un certo senso il ritornar bambino dello spettatore cresciuto a Gameboy e dinosauri.


La trama, tutto sommato, è estremamente semplice, e funziona in virtù del fatto che il film, pur durando due ore, scorre a velocità supersonica da una scena d'azione ad un'altra: manca il tempo per mettersi a pensare e spesso e volentieri non ci si può trattenere dal ridere e commentare. Alcune trovate visive sono fantasiose e divertenti e si esce dalla sala contenti. L'azione ben diretta e coreografata non manca, gli effetti speciali di ottima fattura (tra i quali fanno il loro gradito ritorno una manciata di animatronic) nemmeno. È un giudizio totalmente positivo il mio, allora? Non proprio.
Con lo scorrere dei minuti il film fa sempre più affidamento su un'ingombrante nostalgia che limita le sue possibilità di svilupparsi in quanto pellicola autonoma e non soltanto come sequel di un film di ventidue anni fa: il tema di John Williams è sempre bellissimo (e, personalmente, lo ascolto più o meno una volta alla settimana) ma risulta essere soltanto un richiamo, nemmeno troppo velato, al suo predecessore del 1993. Chris Pratt interpreta con la giusta dose di sfacciataggine il suo personaggio, mentre quello della sua controparte femminile, Bryce Dallas Howard, non riesce mai ad affrancarsi dal suo stereotipo di donna in carriera frigida ed efficiente. Il primo dialogo tra i due, criticato da Joss Whedon come sessista alla sua uscita come clip promozionale sul web, mostra due personaggi troppo rigidamente incasellati nei loro ruoli e poco vivi: è giusto dire, però, che nel corso della vicenda le cose migliorano un po', anche se continueremo a chiederci perché la povera Claire debba farsi inseguire da un T-rex inerpicata su uno scomodissimo paio di tacchi. La dottoressa Ellie con le sue Timberland era molto meglio equipaggiata per fuggire da un attacco di Velociraptor e molto più credibile. La relazione meglio sviluppata del film non è, in ogni caso, romantica: il progressivo avvicinamento dei due fratelli, Gray e Zach, coronato da un abbraccio, rimane certamente più impresso nella mente dello spettatore che il frettoloso bacio tra Owen e Claire (anche se gli ultimi fotogrammi a loro dedicati sono comunque degni di nota in quanto a composizione, e forse un richiamo a I predatori dell'arca perduta).
Il problema più grosso dell'intera operazione, almeno per me, è qualcosa che già era presente in Jurassic Park III: i dinosauri di Jurassic Park erano animali (anche se ibridi), nella maggior parte dei casi feroci, ma non mostri. Il Tyrannosaurus rex che usciva ruggendo dalla recinzione assomigliava ad un fiume che rompe gli argini: un fenomeno naturale che gli uomini non possono avere la presunzione di controllare, del tutto indifferente alla nostra esistenza come la Natura dell'operetta morale leopardiana.
Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.

Dialogo della Natura e di un Islandese, Giacomo Leopardi, Operette morali


Al T-rex di Jurassic Park non importava per nulla di salvare il dottor Grant e i suoi compari: se non avesse dovuto liberarsi di quei fastidiosi Velociraptor, non ci avrebbe pensato due volte prima di inseguirli o tentare di divorarli, come era nella sua natura di predatore. Il fatto che gli umani alla fine si fossero salvati era una coincidenza, un colpo di fortuna offerto loro dalle leggi naturali: i due predatori erano troppo impegnati a combattersi. Questa concezione della natura come entità indifferente alle azioni e ai destini degli uomini ritornerà poi nel Godzilla di Gareth Edwards, che ha dichiarato – certamente non per caso – di essersi molto ispirato al film di Steven Spielberg. I dinosauri restano animali anche nel seguito, Il mondo perduto, in cui uno dei temi centrali continua ad essere il rapporto dell'uomo moderno con la natura. La differenza tra animale e mostro si infrange definitivamente nel terzo capitolo: la comunicazione tra Velociraptor, così intuitivamente comprensibile, li rende troppo umani e troppo poco bestiali, lontanissimi dalla spaventosa ed imprevedibile intelligenza delle tre Velociraptor dell'originale, che le faceva (con ben più di una ragione) rassomigliare al grande squalo bianco di Jaws.
You know the thing about a shark, he's got... lifeless eyes, black eyes, like a doll's eye. When he comes at ya, doesn't seem to be livin'. Until he bites ya and those black eyes roll over white. And then, ah then you hear that terrible high pitch screamin' and the ocean turns red and spite of all the poundin' and the hollerin' they all come in and rip you to pieces.

Lo squalo (Jaws, Steven Spielberg, 1975)

In Jurassic World i dinosauri comunicano tra loro e addirittura si esprimono in maniere comprensibili agli esseri umani, sfiorando in più di un'occasione il cartone animato e facendo scricchiolare la loro credibilità di lucertole terribili: il finale sfiora i profondi abissi del trash.


È anche possibile, tuttavia, interpretare l'umanizzazione dei dinosauri in un altro senso: potrebbe darsi che ci sia ora possibile comprenderli perché sono i nostri beniamini da quando eravamo piccoli ed impallinati con la paleontologia, a un punto tale che possiamo quasi ritenerli amici? Dopotutto quante volte nella nostra infanzia abbiamo giocato ad essere un T-rex od un Velociraptor? Perché ora, dopo tutti questi anni di amore, non potrebbero esserci alleati? Va detto che vedere un Velociraptor addestrato a rispondere ai comandi come un cane è sicuramente divertente (e anche lievemente inquietante: l'instabilità della situazione è piuttosto evidente a tutti, fatta eccezione per il personaggio di Vincent D'Onofrio).


Sarebbe comunque ingiusto, al di là di tutte le possibili critiche, giudicare Jurassic World un film poco riuscito: infatti raggiunge pienamente il suo intento, cioè quello di essere un blockbuster leggero, fracassone e divertente da commentare ad alta voce con gli amici. È un film memorabile? Certamente no, ma questo non lo rende meno godibile.   

mercoledì 6 maggio 2015

La paura è donna

Ho scritto questo articolo per il giornalino scolastico nel 2009; stasera m'è capitato sotto gli occhi e ho deciso di riesumarlo, nonostante sia tentata di correggerlo (ma non lo farò). Parlare di donne e horror mi è sempre piaciuto molto, nel caso in cui non l'aveste notato. Sono temi su cui continuo ad avvolgermi come un serpente.
Buona lettura.

La paura è donna 

L’horror offre allo spettatore attento, nelle sue sfumature migliori (nonostante sia oggi un genere fortemente in crisi qualitativa), molti spunti di riflessione parafilosofica. Ad esempio, qualunque persona abbia visto una certa quantità di horror demoniaci o di tortura (o anche fantastici, come può essere considerato Denti) potrà osservare che le donne hanno spesso un ruolo fondamentale nello svolgimento della trama; a volte sono vittima del male (L’Esorcista, Dracula, Rosemary’s Baby, The Others), a volte carnefice (Audition), a volte sono protagoniste sia come vittime che come spiriti (Dark Water, The Ring, The Grudge). Perché si verifica questa ricorrenza? Forse la donna è associata, nell’inconscio maschile, all’orrore, alla paura, all’occulto, ad avvenimenti inspiegabili?
È ben risaputo che sono le donne ad esprimere maggiormente i loro sentimenti, anche quando questi sono molto negativi, quasi perversi. Possiamo osservarlo nella Catherine di Cime Tempestose, che perde il lume della ragione in una delle sue crisi nervose, e nella Marina di Malombra, che giunge all’omicidio nella folle convinzione di essere la reincarnazione di una sua ava, imprigionata dal marito nelle sue camere a causa di un tradimento. I primi casi di isteria e nevrosi studiati dalla psicanalisi e dalla psichiatria furono osservati su donne. Nell’antica Grecia, era un gruppo di donne, le Baccanti, a seguire Dioniso, dio dei piaceri e del vino (potremmo anche associarlo alla vita terrena, e le donne sono la culla di questa), in preda ad una pazzia estatica. Sembra superfluo citare streghe e maghe, da Circe, a Morgana, alla Dama del Lago, a Calipso. È chiaro quindi che le donne possono, in qualche modo, essere associate alla follia ben più degli uomini. La possessione demoniaca sperimentata dalla giovane Regan McNail nell’Esorcista si manifesta, agli inizi, con i segni di un disturbo mentale, nonostante più tardi diventerà impossibile per gli psichiatri spiegare in modo scientificamente plausibile i sintomi sempre più terrificanti e incontrollabili che la bambina mostra. La gestualità dei fantasmi giapponesi e coreani richiama quelli di donne vittime di psicosi. Anche in Dracula le donne morse dal conte appaiono in uno stato di prostrazione mentale. La donna è, agli occhi dell’uomo, manifestazione di ciò che è nascosto, e che non può essere rivelato, nella nostra mente. È manifestazione di un male oscuro, senza sede, un male che prende la mente e il cuore e distrugge senza posa, senza che vi sia modo di trovare una cura.
Del resto, la donna presenta all’uomo altri misteri inquietanti: i suoi organi sessuali sono interni, bui, misteriosi; l’unico modo in cui si manifestano al mondo esterno è il sangue mestruale, scuro e denso. Ogni creatura umana proviene sicuramente dall’utero di una donna; potremmo dire che esso è la terra natia di ogni uomo. È un elemento di disturbo il fatto che un organo così vivifico si manifesti attraverso periodiche colate di sangue. Inoltre, l’uomo nutre spesso un’inconscia paura della donna in ambito sessuale. La vagina, porta dell’utero, deve essere conquistata, e può essere una conquista con risvolti drammatici, come è ben visibile in Denti (e nella leggenda, realmente esistente, della vagina dentata, a cui il film si ispira). L’utero è anche il buio primordiale da cui nascono mostri di cui anche la donna ignora la vera natura. Spesso non sa di portare letteralmente una serpe in seno, come accade in Rosemary’s Baby (anche se potremmo ritrovare una spiegazione psicologica della vicenda descritta nel film nel timore di dare alla luce figli mostruosi provato da ogni puerpera, per quanto questo sia un film su cui le cose da dire sono veramente troppe per essere riassunte in una parentesi).
Prima di essere donne, tutte noi siamo bambine, ed esse sono simbolo di estrema purezza in quasi tutta la letteratura e la filmografia moderna ed antica. Lewis Carroll, autore di Alice nel Paese delle Meraviglie, amava fotografare bambine e corrispondere con esse finché non raggiungevano la maturità. Eppure, gli esseri umani sono spesso peggio delle bestie e calpestano il fiore di tanta purezza. Subito, quindi, salta all’occhio la Sadako di Ringu (Samara nella versione americana), bambina incompresa ed annegata dalla madre adottiva, non amata ma ferita dalla persona a lei più cara. E potremmo citare, sempre dello stesso regista, Dark Water, storia di fantasmi le cui protagoniste principali sono tutte donne. In questo caso le bambine, le donne ferite nella loro purezza sono almeno tre, in piani temporali diversi che poi andranno a intrecciarsi nello scorrere della pellicola. Emblematica la scena in cui la protagonista, Dahlia, entra nell’appartamento appartenuto ai genitori di una bambina misteriosamente scomparsa e che sembra essere rimasta, dopo la presumibile morte, nell’edificio. Uno dei modi con cui manifesta la sua presenza è l’acqua (come si scoprirà più avanti, questo elemento è legato alle circostanze del suo decesso), che crea infiltrazioni e fenomeni di difficile spiegazione. Dahlia apre la porta dell’appartamento e lo trova completamente allagato. Nel bagno incontrerà la propria madre com’era negli anni della sua infanzia problematica, ovvero in preda agli effetti dell’alcol, e questa proiezione materna la insulterà ripetendo una scena che la protagonista invano cercava di scordare. L’acqua è il legame che unisce la storia di Dahlia a quella di sua madre e a quella della bambina scomparsa; tre generazioni di donne sono riunite davanti a traumi tra loro molto simili, ma con conseguenze molto diverse. Nell’acqua muore anche la piccola Sadako. L’acqua è ciò in cui la vita nasce; il feto è immerso nel liquido amniotico. Sadako e Natasha (il piccolo fantasma di Dark Water), muiono nell’acqua a causa dei loro genitori; vi si può forse vedere un forte simbolismo, poiché i loro stessi genitori le rifiutano e le riportano a forza nell’utero materno della terra, l’acqua, come a voler negare la loro nascita.
Potremmo dire che il potere di dare la vita ci mette in contatto con realtà terrene più profonde di quanto è normalmente visibile all’uomo; prendiamo parte alla sfera dionisiaca dell’universo. Non è un caso, secondo me, che le prime divinità attestate siano Dee Madri, divinità benevole o malevole, capaci di dare vita o morte con la prosperità o la carestia.


Fonti:

L’Esorcista, un film di William Friedkin. Con Lee J. Cobb, Max von Sydow, Ellen Burstyn, Linda Blair, Jason Miller. Titolo originale The Exorcist. Horror, durata 120 min. - USA 1973.
Rosemary’s Baby, un film di Roman Polanski. Con Ruth Gordon, Sidney Blackmer, Mia Farrow, Maurice Evans, John Cassavetes. Drammatico, durata 137 min. - USA 1968.
The Others, un film di Alejandro Amenábar. Con Nicole Kidman, Fionnula Flanagan, Christopher Eccleston, Alakina Mann, James Bentley.
Horror, durata 95 min. - USA 2001.
Audition, un film di Takashi Miike. Con Ryo Ishibashi, Eihi Shiina, Tetsu Sawaki, Jun Kunimura, Miyuki Matsuda, Toshie Negishi. Titolo originale Odishon. Horror, durata 111 min. - Giappone, Corea del sud 1999.
Dark Water, un film di Walter Salles. Con Jennifer Connelly, Ariel Gade, John C. Reilly, Tim Roth, Dougray Scott. Horror, durata 105 min. - USA 2005.
The Ring, un film di Gore Verbinski. Con Naomi Watts, Brian Cox, Martin Henderson, David Dorfman, Jane Alexander (I) Horror, durata 110 min. - USA 2002.
The Grudge, un film di Takashi Shimizu. Con Sarah Michelle Gellar, Jason Behr, William Mapother, Clea Duvall, KaDee Strickland. Horror, durata 96 min. - USA, Giappone 2004.
Come accade spesso per i film giapponesi, per Dark Water, The Ring e The Grudge esistono gli originali orientali, spesso molto più interessanti.
Dark Water, un film di Hideo Nakata. Con Hitomi Kuroki, Rio Kanno, Mirei Oguchi, Asami Mizukawa, Fumiyo Kohinata, Yu Tokui, Isao Yatsu. Titolo originale Honogurai mizu no soko kara. Horror, durata 101 min. - Giappone 2002.
Ringu, un film di Hideo Nakata. Con Nanako Matsushima, Miki Nakatani, Hiroyuki Sanada, Yuko Takeuchi. Titolo originale Ringu. Horror, durata 96 min. - Giappone 1998.
Ju-on - Rancore, un film di Takashi Shimizu. Con Yûrei Yanagi, Chiaki Kuriyama, Hitomi Miwa, Asumi Miwa, Takako Fuji. Horror, durata 70 min. - Giappone 2000.
Denti, un film di Mitchell Lichtenstein. Con Jess Weixler, John Hensley, Josh Pais, Hale Appleman, Lenny von Dohlen. Titolo originale Teeth. Horror, durata 88 min. - USA 2007.
Dracula, Bram Stoker, Rizzoli, classici Bur, Milano 2004.
Cime Tempestose, Emily Brontë, Rizzoli, classici Bur, Milano 2004.
Malombra, Antonio Fogazzaro, Mondadori, Oscar classici, Milano 1984.

venerdì 1 maggio 2015

Zodiac e Amabili resti: che cosa succede quando "omicidio" non equivale a "thriller"

Noi spettatori siamo animali abitudinari, anche se ci ostiniamo a negarlo con una certa frequenza. Quando ci accomodiamo sulla poltrona del cinema vogliamo assistere ad uno spettacolo che sia insieme nuovo e familiare, vogliamo sentirci a casa e nello stesso tempo a mille miglia da essa. Non siamo certo facili da accontentare. Qualche volta ci capita di trovarci di fronte un film che non rispetta questo nostro modo di pensare: non riusciamo ad incasellarlo nelle nostre strutture predefinite, ci confonde e per questo, spesso, non riesce a parlarci e finisce per non piacerci. Personalmente trovo che questo tipo di fenomeno si verifichi più spesso con film che si sviluppano attorno ad un crimine: il thriller è un genere estremamente codificato e noi conosciamo così bene le regole del gioco da esserci scordati che non c'è un solo modo per parlare di omicidio, che ci sono altre strutture possibili oltre a quella, lineare, di delitto - indagine - castigo. Zodiac (David Fincher, 2007) e Amabili resti (Peter Jackson, 2009) sono esponenti illustri di questa categoria: entrambi partono da un omicidio o da una serie di omicidi e noi seguiamo avidamente la vicenda aspettando una vittoria della giustizia che in realtà finisce per non giungere mai. Zodiac nel suo secondo tempo si sfilaccia in un labirinto di piste d'indagine che non portano a nulla mentre Amabili resti si conclude con l'assassino che, almeno in un primo momento, riesce a fuggire impunito pur essendo stato scoperto. Questo tipo di svolgimento ci frustra e ci annoia. Ci piacciono le grandi scene madri, ci entusiasma vedere l'uomo che compie il male venire punito per le sue azioni! Eppure se trovassimo la pazienza di dare una seconda possibilità a queste pellicole scopriremmo qualcosa di molto interessante. Pur avendo al centro crimini orrendi questi due film ricadono solo marginalmente nel genere thriller, e potrebbero esser meglio definiti come storie di onde generate da un sasso lanciato in un calmo stagno; un evento traumatico (uno o più terribili omicidi) genera una serie di conseguenze e il centro della narrazione sono proprio queste ultime.
Zodiac è la storia di un'ossessione divorante che distrugge la vita di chi si lascia dominare da essa, tanto è vero che il serial killer che dà il nome al film (realmente esistito ed effettivamente mai catturato) scompare gradualmente senza lasciar più tracce; l'unica cosa che resta è un'ostinata ricerca di verità che porta i personaggi all'autodistruzione. Il fumettista Robert Graysmith (Jake Gyllenhaal) e il giornalista Paul Avery (Robert Downey Jr.) finiscono per perdere la famiglia e il lavoro (e, in qualche misura, anche la sanità mentale); l'ispettore Dave Toschi (Mark Ruffalo) riesce ad evitare in parte questo destino accettando di arrendersi. Qualcosa di molto simile accade al padre di famiglia Jack Salmon (Mark Wahlberg), che in Amabili resti si vede strappare la figlia maggiore Susie (Saoirse Ronan) da un serial killer morbosamente attratto da bambine e adolescenti. Guidato dallo spirito dell'amatissima Susie, Jack mette a repentaglio la propria vita familiare e lavorativa nel disperato tentativo di farsi giustizia. In entrambi i casi questa ricerca della verità portata all'estremo finisce per essere incompresa e per alienare chi cerca di portarla a termine. Amabili resti e Zodiac sono costruiti su una struttura corale che, partendo da un evento scatenante, si concentra su cosa quest'ultimo comporta nelle vite di chi ne viene toccato, in modi e stili differenti: la regia di Peter Jackson è tanto calda e coinvolgente quanto quella di David Fincher tende alla freddezza ed alla celebralità. Tutti e due però riescono a tracciare ritratti ben delineati dei loro personaggi immersi nella ricerca del sasso che ha sconvolto la loro pace, e che, realisticamente, non riescono a trovare. Non resta quindi che cercare di venire a patti con l'impossibilità di arrivare a quella verità che pare in grado di restituire la serenità, ed ogni personaggio di questi due lungometraggi lo fa (o non lo fa) a seconda del proprio carattere e del proprio vissuto, generando una narrazione lenta e psicologica ma non per questo meno coinvolgente od affascinante se approcciata nel modo giusto.

mercoledì 29 aprile 2015

Avengers: Age of Ultron, prime impressioni



«Sembra facile fare un caffè» è solita dire mia madre. Sembra facile fare il blockbuster estivo più atteso dell'anno. Avengers: Age of Ultron ha almeno una decina di personaggi principali (e, per carità, non proviamo nemmeno a contare quelli secondari), più effetti speciali di ogni altro film Marvel, una continuità contorta da rispettare e di cui essere uno dei punti di svolta principali e, fortunatamente, una sola trama, seppure un po' ramificata. Tuttavia, la vera grande nemesi del regista Joss Whedon non è il film in sé: è il primo, sfolgorante capitolo uscito nel 2012, piazzatosi al terzo posto nella classifica dei più alti incassi cinematografici di tutti i tempi e diventato al contempo pietra miliare del genere cinecomic (se così vogliamo chiamarlo, ma sarebbe interessante discutere sulla sua esistenza specifica in quanto tale), coronamento di quella Fase 1 del Marvel Cinematic Universe che abbiamo tutti osservato con la stessa trepidazione dello spettatore che osserva un funambolo muovere un passo dietro l'altro sul filo. Il baratro è sempre pericolosamente vicino. La Fase 2 ha per ora confermato l'abilità di Kevin Feige e compari nel mantenere il proprio universo coeso di pellicola in pellicola senza perdere però l'unicità dei mondi di riferimento di ogni personaggio, non concedendosi di riposare sugli allori, come dimostra il rischio corso nel proporre quel gioiellino che è Guardiani della galassia. Avengers: Age of Ultron mantiene le promesse fatte? In gran parte sì e per qualcosa no. Whedon, vero maestro di equilibrismo, tiene in piedi un film dalle proporzioni bibliche senza perdere la grazia, anche se con un po' di fatica. Il fulcro della narrazione si sposta dai personaggi più famosi ed amati al precedentemente trascurato Occhio di Falco che, insieme a Vedova Nera, viene esplorato nella sua fragilità di essere umano immerso in scontri apocalittici tra prodigi della scienza e dei venuti dallo spazio; è proprio nello scontro tra un'umanità profondamente imperfetta ed una progenie tecnologica con pretese di superiore perfezione che il film trova il suo cuore. L'abilità di Whedon nel far parlare i propri personaggi si dimostra ancora una volta in una serie di scambi profondi ed efficaci, come la discussione tra Bruce Banner e Natasha Romanoff riguardo al futuro della loro relazione e la risposta di Pietro Maximoff ad Ultron sul perché lui e la gemella abbiano accettato di sottoporsi agli esperimenti di Von Strucker. Risulta quasi incredibile il fatto che nel vortice di avvenimenti che risucchia lo spettatore sin dalla rutilante scena d'apertura in medias res i singoli caratteri riescano ad emergere come i vari temi di una sinfonia. L'ironia tipica di Whedon compare a più riprese nei dialoghi e in alcune delle scene più divertenti, come quelle che coinvolgono il martello di Thor, personaggio che qualcuno ha trovato bistrattato ma che personalmente mi è parso ben bilanciato tra il suo status di dio e il suo carattere (almeno nell'universo filmico) bonario, sbruffone ed un po' ingenuo. È comunque inevitabile che qualcuno faccia le spese di tanta abbondanza e finisca per avere meno spazio di quanto necessario e se, nel caso di Quicksilver, ciò è in qualche misura perdonabile, lo è molto meno nel caso dell'antagonista principale, l'intelligenza artificiale Ultron che, a differenza del suo predecessore Loki, paga lo scotto di non avere avuto un film meno affollato in cui mostrarsi agli occhi del pubblico; come conseguenza di ciò risulta a volte incrinata la sua credibilità di avversario letale, sempre che questa fosse la sua specifica funzione e non piuttosto quella di mettere in piazza le evidenti - e pericolose - debolezze di Tony Stark, il suo nevrotico genitore di cui riprende i tratti caratteriali (allo stesso modo in cui l'Ultron dei fumetti riprendeva quelli del suo creatore originario Hank Pym), come un certo senso dell'umorismo che raramente ci capita di vedere in un robot. Visione, pur avendo pochissimo tempo per svilupparsi (compare soltanto nell'ultimo terzo del film) risulta compiuto ed affascinante.
Le scene d'azione sono sufficientemente acrobatiche e distruttive da soddisfare anche i palati più esigenti e mostrano come la regia di Joss Whedon nelle intricate coreografie delle battaglie sia molto migliorata da quella del primo capitolo, buona ma a volte troppo statica. Il montaggio, complice anche un taglio piuttosto pesante del film (tanto che già si mormora di una possibile edizione estesa), tende a tratti a rendere la vicenda più episodica di quanto già non sia, rischiando di portarla a dissolversi nel caos, anche se fortunatamente ciò non avviene mai: il film, pur barcollando, si tiene in equilibrio e raggiunge la sua sospirata meta. Joss Whedon ne esce, se non tra scrosci di applausi e marce trionfali, comunque vincitore. Il testimone passa ai fratelli Russo, che si occuperanno sia di Capitan America: Civil War che di Avengers: Infinity War parte prima e seconda: faccio loro i miei più sentiti auguri. 

lunedì 27 aprile 2015

Le tre facce di Asami: ovvero, è tutto psicologico

Una piccolissima premessa: non credo che un film possa essere interpretato in un solo modo. Dopotutto, a ben pensarci, tutti noi non possiamo che essere noi stessi e pertanto non possiamo che giudicare un qualunque prodotto dell'ingegno umano attraverso le nostre conoscenze e la nostra sensibilità. Ovviamente, l'autore di un'opera ha in mente (forse) un significato preciso da attribuire al suo lavoro, ma è davvero l'unico che conta? Io non credo. Film come Quarto potere e 2001: Odissea nello spazio sono immensamente affascinanti proprio per la loro molteplicità di interpretazioni e significati, non tutte ragionevoli e non tutte giustificate, certo, ma nondimeno interessanti per i più svariati motivi (sociologici, storici, estetici, culturali, quello che vi pare, un motivo per interessarmi a qualcosa finisce che lo trovo sempre). Quella che vi presento oggi è la traduzione dall'inglese di un'analisi di Audition (Takashi Miike, 1999) che personalmente ho trovato molto completa ed interessante. È l'unica possibile? Ovviamente no. È piena di spoiler? Certo che sì, quindi fate attenzione. Detto questo, è la prima volta che mi cimento in una traduzione così lunga, quindi chiedo venia per eventuali ed imperdonabili errori grammaticali, lessicali, sintattici, di battitura e chi più ne ha più ne metta. L'analisi originale è questa qui, ma anche queste due recensioni (questa e questa, entrambe in italiano) sono abbastanza interessanti.

Le tre facce di Asami: ovvero, è tutto psicologico

Mi scuso per il ritardo con cui pubblico questo post. Non avevo nemmeno sentito parlare di questo film quando era uscito. L'ho scoperto soltanto di recente ma, caspita, sono contento di averlo fatto. Non è solo un bel film horror, ha un significato profondo, una volta che trovi la chiave per accedervi. Oltre a leggere i pochi post qui, ho letto anche tutte le 21 recensioni ad esso dedicate su www.IMDB.com (Internet Movie Database). E mentre la maggioranza delle persone l'ha apprezzato, per così dire, pochissime tra loro si sono minimamente avvicinate a comprendere il suo messaggio. Quindi dato che nessun altro l'ha visto in questo modo, potrei non stare centrando per nulla il bersaglio (I may be way off base). Per me però ha perfettamente senso; perciò sono lieto di condividere questo mio pensiero.

Avviso di spoiler: questa non è una recensione del film per quelli che non l'hanno ancora visto. È un'analisi dei significati psicologici del film per quelli che lo hanno già visto. Più avanti ci saranno degli spoiler: siete stati avvertiti.

Il film non ci mostra MAI la vera Asami. Né la ragazza remissiva all'inizio, né il demonio psicotico alla fine sono davvero lei. Tutto quello che noi vediamo per tutta la durata del film sono le personali percezioni che Aoyama ha di lei in ogni stadio della relazione; percezioni che non sono reali ma che invece sono influenzate dai suoi desideri e dal suo senso di colpa e poi proiettate su Asami.