Inside Out (Pete Docter, Ronnie Del Carmen, 2015), recensione in pillole
Il grande successo di Inside
Out in verità non ci stupisce particolarmente: i Pixar Animation
Studios, infatti, ci hanno da tempo abituato all'eccellenza. La
caratterizzazione e il design di ambienti e personaggi sono come
sempre molto curate; il disegno a pastello delle emozioni risulta caratteristico e particolare, affrancandosi un po' dalla tendenza dell'animazione digitale ad assomigliarsi un po' tutta nel suo iperrealismo. La trama non è soltanto un pretesto per
inanellare gag, come spesso succede nei film d'animazione prodotti da
altri studi cinematografici: la psicologia e lo sviluppo della mente,
materie che certamente paiono poco adatte ad un cartone animato
rivolto (anche) ad un pubblico di bambini, sono trattate con piglio
pop ed intelligentemente semplificate, senza snaturare, però, le discipline alla base. L'idea principale dietro al lungometraggio
potrebbe addirittura rischiare di sembrare banale: quante volte
abbiamo visto al cinema ed in televisione cervelli umani popolati da
piccoli omini incaricati del nostro funzionamento? Tuttavia la
simpatia delle cinque emozioni protagoniste – i loro dialoghi sono spassosissimi – e l'originalità con cui si è scelto di
rappresentare la mente umana (quei grandi scaffali ricordano un po'
la struttura di un server, e non crediamo che sia un caso) ci fanno
scordare ogni caso precedente e ci invitano a seguire con
partecipazione la storia, che scorre lungo due binari paralleli (il mondo esterno e quello interno alla mente della bambina) e
strettamente collegati senza fastidiosi scossoni, concedendo anche
qualche spazio alla pura spettacolarità che è parte imprescindibile
dell'animazione (il parco di Immagilandia), ma senza che questa
risulti del tutto gratuita. I luoghi della mente di Riley ed il personaggio di Bing Bong, il fantasioso amico immaginario, ricordano un po' il folle universo di Alice nel paese delle meraviglie (Clyde Geronimi, Hamilton Luske, Wilfred Jackson, 1951), senza averne però il sarcasmo e l'inquietudine. La morale, infine, non è né banale né
infantile, anzi, tutt'altro: le emozioni crescono con noi e si fanno
via via sempre più complicate e variegate, e ci mettono in
difficoltà fintantoché non impariamo a gestirle, scoprendo che
anche quelle che meno desidereremmo provare, come la tristezza, ci
sono in realtà necessarie, perché ci spingono a cercare aiuto negli
altri, ad essere sinceri e a sfogare la tensione. Per apprezzare
veramente la felicità, del resto, bisogna anche essere stati a
contatto con la tristezza. L'unica nota meno positiva è forse il
cortometraggio iniziale che nella traduzione italiana (che smarrisce
il gioco di parole tra lava e love) perde un po' del suo significato,
pur restando visivamente impressionante, con un livello di dettaglio
maniacale per quanto riguarda rocce ed alberi.
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