Ofelia, la disobbediente
C'è un momento all'interno de Il
labirinto del fauno (El laberinto del fauno, Guillermo del Toro,
2006) in cui noi spettatori pensiamo che Ofelia faccia una cosa
veramente stupida: disobbedisce, apparentemente in modo
ingiustificato, agli ordini del fauno e prende due acini d'uva dalla
tavola imbandita dell'uomo pallido, risvegliandolo dal suo sonno,
rischiando la vita e provocando la morte di due fatine. Non è la
prima volta nel corso del film che Ofelia sceglie di non comportarsi
come le viene suggerito, più volte non ascolta le raccomandazioni
della madre, ma questo episodio spicca in particolar modo: era
affamata, è vero, ma perché sceglie di mangiare quei due acini
quando le era stato detto chiaramente di non farlo? A prima vista
questa decisione potrebbe sembrare un errore della sceneggiatura, una
semplice ingenuità: in realtà è uno dei momenti in cui emerge più
chiaramente il tema portante del film, che tiene uniti mondo
fantastico e mondo reale. L'accaduto viene discusso nel successivo
dialogo tra Ofelia ed il fauno in cui lei, di fronte ai rimproveri
della creatura, si giustifica dicendo che credeva che nessuno avrebbe
notato una così piccola sottrazione. Il fauno le risponde con parole
crudeli: non potrà mai tornare nel suo regno e sarà condannata a
restare mortale. Da questo punto in poi le cose si fanno sempre più
cupe e drammatiche per la povera bambina e, significativamente, anche
per i guerriglieri della resistenza antifranchista: la madre muore
nel dare alla luce il fratellino, il Capitano Vidal rinchiude Ofelia
nella sua triste e lugubre stanzetta e nel frattempo infligge grosse
perdite ai combattenti accampati nei boschi e scopre i loro
sostenitori, il medico e Garcés. In realtà, però, la scena dello
scontro con l'uomo pallido contiene già, al suo interno, l'elemento
che porterà Ofelia (e i guerriglieri) alla vittoria. Ritorniamo alla
risposta di Ofelia al fauno: sono le innocenti parole di una bambina
che cerca di discolparsi, non sembrano avere altri significati.
Proviamo, tuttavia, a metterle in relazione con un'altra
giustificazione, quella del medico di fronte al capitano Vidal, che
gli chiede perché non ha semplicemente eseguito gli ordini invece di
aiutare il partigiano catturato a morire, alleviandogli le
sofferenze:
Capitano Vidal: Perché lo ha fatto?
Dottor Ferreiro: Era l'unica cosa che potessi fare.
Capitano Vidal: Avrebbe potuto obbedirmi!
Dottor Ferreiro: Avrei potuto... Ma non l'ho fatto.
Capitano Vidal: Be', sarebbe stato meglio per lei, questo lo sa. Non la capisco... Perché non mi ha obbedito?
Dottor Ferreiro: Perché obbedire senza pensare, così, istintivamente, lo fa solo la gente come lei, capitano!
Ofelia, pur sbagliando, ha pensato
all'ordine che aveva ricevuto e si è chiesta se fosse il caso di
rispettarlo o no, non ha agito meccanicamente come usa fare il suo
patrigno, militare implacabile e crudele. Ciò che le permetterà,
infine, di ritornare nel suo regno incantato è il coraggio di
disobbedire, rifiutandosi di ferire il suo innocente fratello per
aprire il varco magico, nonostante sia la causa diretta delle sue
sventure e anche se prendere tale decisione la porterà alla morte.
Torna alla mente la storia che racconta al suo fratellino ancora non
nato, in cui narra di una rosa in grado di donare l'immortalità ma
circondata da spine letali: gli uomini della favola (e non solo,
aggiungeremmo) parlano solo della loro paura della sofferenza e della
morte, mai del mirabile dono che potrebbero ottenere. La madre di
Ofelia si piega al volere del capitano nella speranza di ottenere una
vita migliore per sé e per la figlia, ma muore; lo stesso capitano
Vidal persegue fino all'ultimo, rigidamente, il suo piano
prestabilito, senza riflettere, pur divorato da presentimenti di
morte, e finisce per perire colpito dai guerriglieri, che gli
assicurano che suo figlio non conoscerà mai il suo nome. Ofelia e,
in parallelo, anche Garcés, il dottore ed i combattenti, non si
comportano da soldatini, rifiutano ciò che ritengono sbagliato,
lottano per quello in cui credono e sopportano le difficoltà: il
finale – anche se malinconico – li premierà. E se è vero che
sia Ofelia sia il capitano Vidal muoiono, è altresì vero, però,
che il loro destino finale è molto diverso, come evidenzia l'epilogo
narrato del film:
E si dice che la principessa discese nel regno paterno e che lì regnò con giustizia e benevolenza per molti secoli, che fu amata dai suoi sudditi e che lasciò dietro di se delle piccole traccie del suo passaggio sulla terra, visibili solo agli occhi di chi sa guardare.
Ofelia verrà amata e ricordata, il suo
patrigno sarà sconosciuto persino al suo stesso figlio. Si spiega,
così, la scelta di del Toro di unire una storia fantastica e
favolosa ad una pagina nera della storia di Spagna: le due linee
narrative avanzano parallelamente portando alla luce il messaggio
dell'opera. Il labirinto del fauno si rivela pertanto come un film
fantasy profondo e pregno di significato: anche nei momenti più bui
si deve trovare il coraggio di dire di no, di rifiutare
l'ingiustizia, di non guardare dall'altra parte nonostante sia più
facile, anche a costo di grandi sofferenze.
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