Captain America: Civil War (Anthony e Joe Russo, 2016)
Il corpus narrativo dei film Marvel
assomiglia ad un gigantesco ipertesto cinematografico: ogni parte è
collegata ad un'altra da uno o più riferimenti, incarnati in un
luogo, un avvenimento, un personaggio. La trama di Captain America:
Civil War è strettamente allacciata al passato e al futuro
dell'universo su schermo dei suoi supereroi. Il tema attorno al quale è costruita è molto interessante: la riflessione sui danni
collaterali che scontri titanici possono comportare apre a scenari sfumati e molto vicini alla nostra realtà, dove scegliere il
lato da cui schierarsi – tra libertà d'azione e responsabilità
sofferta – può diventare una decisione difficile da prendere.
Il
lungo percorso di crescita affrontato da Tony Stark (Robert Downey
Jr.) e Steve Rogers (Chris Evans) attraverso le precedenti pellicole li
porta, sorprendentemente, agli antipodi di dove inizialmente li
avremmo collocati: il miliardario inventore, continuando nel suo
lento processo di acquisizione di responsabilità, iniziato
traumaticamente con una scheggia nel cuore, accetta le ingerenze dei
governi, che vorrebbero avere un maggior potere decisionale (o forse,
diremmo con un po' di cinismo, più controllo) sulle azioni della
squadra dei Vendicatori, mentre il supersoldato riemerso dal passato,
dopo gli eventi di Captain America: The Winter Soldier (Anthony e Joe
Russo, 2014), in cui le istituzioni in cui credeva sono crollate
dall'interno, è fermo nel suo rifiuto di qualunque intromissione, accettando tutte le
difficoltà che ciò può comportare. In mezzo ai due litiganti si
pone Bucky Barnes (Sebastian Stan), il Soldato d'Inverno un tempo
amico fidato di Rogers, poi diventato assassino micidiale e spietato
per i servizi segreti russi; pare sua la mano dietro il terribile
attentato durante la firma degli Accordi di Sokovia – il cui
oggetto è, appunto, la regolamentazione delle azioni dei Vendicatori
– a Vienna. Il capitano Rogers, tuttavia, non è del tutto convinto
della colpevolezza del suo vecchio amico, come lui viaggiatore nel
tempo giunto in un mondo molto diverso da quello che conosceva: farà di
tutto per proteggerlo, dando vita ad uno scontro fratricida con
Stark, alle cui ferite emotive che ne hanno formato la personalità
ed il carattere ci avvicineremo sempre di più, con risvolti
profondamente drammatici. La fine delle ostilità sarà segnata da un
richiamo ad Iron Man 3 (Shane Black, 2013), con l'abbandono
di un oggetto simbolico a segnalare la chiusura di una trilogia (ma,
ovviamente, il lavoro sul singolo personaggio non è certo
concluso).
A sostenere le due fazioni lungo la durata della vicenda
pensa una nutritissima schiera di vecchie e nuove conoscenze, tra cui
spicca la prima apparizione nel Marvel Cinematic Universe di un giovanissimo Spider-Man (Tom
Holland), innocente, ciarliero e pieno di risorse, insieme ad Ant-Man
(Paul Rudd) il più estraneo alle ragioni dello scontro. È proprio
per questa ragione, forse, che i due sono responsabili dei momenti
più spensieratamente divertenti del film. Alla Vedova Nera di
Scarlett Johansson l'arduo compito, invece, di essere l'ago della
bilancia e la voce della razionalità. Il vero antagonista del film
rimane per gran parte del tempo defilato, lavora dietro le quinte; un uomo comune senza più nulla da perdere e capace,
quindi, di portare avanti un piano suicida, consapevole dei propri
limiti ed in grado di arrivare al suo scopo con caparbietà,
creatività e realismo, simile, in questo, ai tanti uomini qualunque
che negli ultimi mesi hanno infiammato l'Europa. Il fulcro della
pellicola, forse, va ricercato nella pletora di dolorosi drammi umani
che lasciano dietro di sé le catastrofi e gli scontri provocati da
esseri potentissimi. Emerge, nel frattempo, un'ulteriore domanda
spinosa: è la comparsa dei supereroi a generare i loro antagonisti?
È il nostro tentativo di difenderci da un supposto pericolo a
renderlo reale? Per ora non è possibile trovare una chiara risposta,
né nel mondo fittizio né in quello vero dei finanziamenti ai
movimenti di guerriglia, delle influenze estere all'interno dei
governi, delle missioni armate nel nome della pace. La saga del primo
vendicatore, come altri recenti film dello stesso filone, si propone
di essere una riflessione degli Stati Uniti su se stessi.
Captain America: Civil War è pieno
fino all'orlo di combattimenti, eventi, tradimenti: ad un punto tale
che in più di un momento sembra di assistere ad una sorta di
compilation delle scene migliori tratte da almeno tre o quattro film,
e si sente addirittura la mancanza di qualche momento morto per
mettere a riposo le sinapsi e i nervi ottici. I tanti personaggi sono
incastrati nei ferrei ingranaggi di un meccanismo saldo ma molto
rigido, e spesso il tempo che hanno a disposizione per presentarsi,
evolvere e svilupparsi è assai limitato; ogni secondo è sfruttato
al massimo delle sue possibilità. La regia dei fratelli Russo, per
quanto cristallina e luminosa, manca un po' di carattere: gli scontri
a mani nude, che in Captain America: The Winter Soldier sorprendevano
per la loro pulizia e sincerità, tendono dopo un po' ad
assomigliarsi l'uno con l'altro, mancano dell'inventiva necessaria
per rimanere visivamente interessanti. La colonna sonora fa il suo
lavoro senza avventurarsi in territori inesplorati.
Anche se priva di una regia davvero
incisiva ed in grado di destreggiarsi nelle pericolose anse di una
trama molto arzigogolata, suddivisa tra una gran quantità di gruppi
di personaggi e con enormi variazioni di atmosfera ed obiettivi,
l'ultima corazzata Marvel ha molto da dire e da portare avanti in due
ore e mezza, più di quanto ci si sarebbe potuto aspettare, e questo
va riconosciuto. Il percorso dei due personaggi principali – Steve
Rogers e Tony Stark – è chiaramente espresso, e anche chi ha molto
meno spazio – come Pantera Nera, interpretato da Chadwick Boseman –
mostra qualche evoluzione caratteriale. Captain America: Civil War mette
particolarmente in evidenza pregi e difetti della logica seriale che
caratterizza i prodotti dei Marvel Studios: da un lato, quest'ultima struttura narrativa offre la
possibilità di raccontare storie più complesse di quanto un singolo
film di due ore potrebbe mai fare, fideizzando così il pubblico e
permettendo ai personaggi di viaggiare all'interno del loro
universo condiviso, ma dall'altro le pellicole sono anche un delicato
lavoro di equilibrio, con il rischio costante di precipitare nel
caos, nel disordine. I fratelli Russo sfiorano spesso quest'ultima
trappola, e a volte vi cadono; ma il film, dopotutto, sta in
piedi principalmente grazie alla sua sceneggiatura (scritta da Christopher Markus e
Stephen McFeely) che, pur incentrandosi su avvenimenti spettacolari,
non dimentica mai gli esseri umani al centro di essi che ne sono la
causa scatenante, riuscendo a non perdere il proprio cuore pulsante
in mezzo al fragore delle esplosioni.
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