Ai confini della realtà (Twilight Zone: The Movie, John Landis, Steven Spielberg, Joe Dante, George Miller, 1983)
Nel 1982 John Landis e Steven
Spielberg, al culmine del loro successo commerciale, decisero di
realizzare un film sulla serie tv statunitense Ai confini della
realtà (The Twilight Zone, 1959-1964), pietra miliare della
fantascienza e molto amata da entrambi. La pellicola avrebbe dovuto
essere suddivisa in quattro episodi, curati ognuno da un diverso
regista, incorniciati da un prologo e da un epilogo. Alcuni
personaggi avrebbero dovuto essere ricorrenti e nel finale tutte le
storie avrebbero dovuto risultare collegate tra loro. Ad accettare di essere coinvolti furono Joe Dante e George Miller. Un terribile
incidente occorso sul set di Time Out, il primo segmento ad essere
girato e l'unico inedito, scritto e diretto dallo stesso John Landis, portò tuttavia ad una parziale modifica del piano e gettò una pesante ombra
sull'intera operazione, che risultò infine, per la critica, per lo
più fallimentare.
La trama di Time Out gira attorno ad un
comune e frustrato uomo americano (Vic Morrow) che, dopo aver
dispensato ingiurie razziste verso ebrei, neri ed asiatici (Trump e
Salvini sarebbero fieri di lui), si trova a sperimentare le loro
stesse sofferenze, viaggiando apparentemente nel tempo e nello
spazio. Strutturalmente, questo primo episodio è anche il più
debole, in quanto completamente articolato sulla ripetizione variata
di una stessa situazione, che sfocia in una conclusione non molto
soddisfacente. La causa di ciò, però, è certamente in parte
imputabile all'incidente occorso durante le riprese della scena
finale, in cui un elicottero, finito fuori controllo a causa di
alcune esplosioni maldestramente detonate, uccise l'attore
protagonista e due bambini, assunti in nero, tra l'altro, per
aggirare le rigide leggi californiane sul lavoro minorile nel cinema.
Le tre morti pesarono a lungo sulla carriera di Landis e posero fine
alla sua amicizia con Spielberg, che restò , in maniera del tutto
comprensibile, profondamente scosso dall'accaduto, disamorandosi del
progetto; forse tali luttuosi eventi possono spiegare perché
l'episodio da lui diretto, Il gioco del bussolotto (Kick the Can), fu
l'ultimo ad essere realizzato, e potrebbero anche fare luce sul suo
peccato capitale. Non sarebbe giusto affermare che si tratti di un
segmento mal gestito o sgraziato: la regia, com'è ragionevole
attendersi, è pulita, personale e ragionata. L'idea alla base è
semplice ma originale a sufficienza: un gruppo di anziani in una casa
di riposo rimpiange la perduta giovinezza. Un sorridente stregone di
colore realizzerà le loro fantasie, ma gli attempati pensionanti
dovranno fare i conti con gli svantaggi che una ritrovata gioventù
comporta. Il finale della storia, rispetto alla fonte originale, è
modificato ed in gran parte epurato della sua amarezza, finendo così
per distanziarsi enormemente, nei toni e nelle intenzioni,
dall'episodio che lo precede e da quelli che lo seguono. Quella che
si dipana è una vicenda dai toni idilliaci, financo commovente, ma
irrimediabilmente fuori posto nell'economia dell'opera completa e in
rapporto alla serie dalla quale è tratta.
Molto più adeguato si
rivela, invece, Prigionieri di Anthony (It's a Good Life), che tra le
mani di un regista da sempre a suo agio nelle atmosfere degli horror
di serie B come Joe Dante riesce ad esprimersi con libertà. L'idea
alla base, ripresa da uno degli episodi originali della serie, non è particolarmente originale: una giovane insegnante
finisce in un paesino sperduto della provincia americana ed incontra
un bambino molto particolare, finendo per conoscere anche la sua
famiglia. Un sorprendente elemento sovrannaturale, tuttavia, rende le
scene insieme terrificanti e ridicole. Dante si muove con agilità
negli anfratti di una scenografia leziosa e caricaturale, capace però
di diventare profondamente inquietante appena girato l'angolo.
A
completare il poker pensa l'australiano George Miller, al timone di
Terrore ad alta quota (Nightmare at 20.000 Feet), remake di un
episodio originale della serie, nel quale un passeggero decisamente
agitato, in preda alla paranoia, crede di vedere un gremlin intento a
distruggere i motori dell'aereo su cui sta viaggiando. La macchina da
presa si concentra sulle espressioni stralunate del signor Valentine
(John Lithgow), facendo crescere lentamente la tensione per poi
schizzare via a gran velocità quando infine l'essere misterioso
appare. Attorno all'agitato protagonista si muove un piccolo universo
di personaggi quasi caricaturali, indifferenti prima e infastiditi
dopo dal suo terribile dramma, per loro incomprensibile. L'obbiettivo
è pienamente centrato; l'atmosfera, all'interno di questi fotogrammi
cupi e fortemente contrastati, è palpabilmente angosciosa.
Sarebbe difficile considerare Ai
confini della realtà un'operazione realmente riuscita:
probabilmente, il tragico incidente che ne ha squassato la produzione
ha inciso pesantemente sull'uniformità del tono e sul progetto di
fondo, dando origine ad un primo tempo decisamente disomogeneo per
quanto ben diretto, riscattato da una seconda parte molto più
centrata – forse anche perché affidata ai due registi che meno
hanno avuto a che fare con le conseguenze di quanto accaduto sotto la
supervisione di John Landis. Almeno da un punto di vista, però, il
film va a segno: fa sorgere negli spettatori che già non conoscevano
la serie televisiva una voglia bruciante di recuperarla e vederla
nella sua interezza. Ai confini della realtà è forse, alla fine, un
biglietto da visita con molte sbavature ma con una regia
complessivamente più che buona.
Commenti
Posta un commento