Doctor Strange (Scott Derrickson, 2016)
Per il neurochirurgo
di successo Stephen Strange (Benedict Cumberbatch) la vita è un
orologio di lusso al polso, il cui quadrante segna un tempo
apparentemente addomesticato dalla forza della propria ambizione;
ogni cosa è al posto giusto, e il dottore passa da una sala
operatoria all’altra con l’arroganza di chi crede di avere in
mano le chiavi del mondo. Quando un terribile incidente d’auto
manda in frantumi la sua carriera e la sua serenità, Strange,
incapace di rassegnarsi ad accettare la tragedia che lo ha colpito,
si spingerà fino all’altro capo del mondo alla ricerca di un modo
per guarire le sue mani rovinate, finendo per trovare la porta
d’ingresso di una conoscenza dalle proporzioni infinitamente più
grandi di quelle della scienza medica.
Doctor Strange è,
dopotutto, una storia di origini abbastanza convenzionale all’interno
del genere cinecomic; ciò che forse più di ogni altra cosa lo eleva
è la qualità del cast che si occupa di metterla in scena, a partire
dal suo protagonista. Un personaggio geniale ed arrogante non è
nulla di nuovo nella carriera di Benedict Cumberbatch, che infatti
porta il film sulle proprie spalle con la giusta – e necessaria –
dose di sicurezza, eleganza e vulnerabilità; una certa abilità
nell’indossare con disinvoltura un mantello riccamente decorato,
ovviamente, non guasta. Stephen Strange, nonostante le esplorazioni
multidimensionali e gli incantesimi, è e rimane profondamente umano,
e sotto la perfetta superficie del supereroe cinematografico si agita
l’eterno dilemma tra grandi responsabilità e desideri – e traumi
– personali che è uno dei più conosciuti marchi di fabbrica
Marvel. La parabola dal sapore quasi favolistico dell’egoista che
si apre al prossimo è affrontata con sufficiente cura, e si conclude
in un finale sorprendente e divertente, che richiama altri simili
scontri tra piccoli esseri umani e giganteschi esseri soprannaturali,
vinti non grazie alla forza ma all’astuzia.
A fare da contraltare
al dottor Strange e all’esotismo dell’ambiente in cui si ritrova
immerso sono, oltre alla dottoressa Palmer (Rachel McAdams), il
solido Mordo interpretato da Chiwetel Ejiofor e l’irremovibile
Wong, cui presta le proprie sembianze Benedict Wong, mentre Tilda
Swinton, nei panni dell’Antico, può sfoggiare tutto il proprio
fascino extraterrestre, elargendo massime con sguardo sognante. Una
critica che si è spesso mossa alla produzione Marvel è il poco
spazio riservato all’approfondimento degli antagonisti: ciò rimane
vero anche per Doctor Strange. Il Kaecilius portato in scena da un
comunque molto bravo Mads Mikkelsen ha a malapena una coppia di scene
in cui esprimere le sue idee e le motivazioni che lo spingono ad
agire, occupando per la maggior parte del tempo il ruolo di aiutante
del reale nemico, l’entità extradimensionale Dormammu. È
innegabile che i film spediti in sala da Kevin Feige e associati
siano molto più incentrati sulle figure dei propri protagonisti –
e dei loro problemi – più che su ogni altra cosa, e non sarebbe
corretto sostenere che sia una strategia completamente sbagliata,
soprattutto inserendola nell’ottica di un franchise cinematografico
– e non solo – estremamente ramificato, che quindi ha bisogno di
appoggiarsi, per sopravvivere, a figure eroiche sufficientemente
caratterizzate, in grado di essere punti di riferimento all’interno
della galassia narrativa; tuttavia, un antagonista carismatico può
servire anche da complemento al protagonista, rendendolo più
interessante e spingendolo ad affrontare i propri turbamenti
interiori, e sarebbe auspicabile vedere una dinamica del genere
riapparire con più decisione nei cinecomic, dove sicuramente non
manca un fertile terreno per il suo sviluppo.
Questo ed altri piccoli difetti, in
ogni caso, non inficiano la complessiva gradevolezza del film
costruito da Scott Derrickson, che riesce a barcamenarsi con successo
tra i continui sbalzi dimensionali, ritagliandosi lo spazio anche per
alcuni bei momenti tutti gestiti su particolari, incentrati, per
ovvie ragioni, sulle mani; le scene scorrono fluidamente e senza
intralciarsi, l’avventura avanza senza tempi morti e l’azione
risulta tutto sommato per lo più convincente, coadiuvata da un buon
impiego di CGI che fornisce l’adeguato sfondo multiforme a Doctor
Strange. Lo spazio si spezza come un vetro, si dispiega come un
ventaglio o si frammenta come un frattale, creando immagini
suggestive e decisamente escheriane. La colonna sonora composta da
Michael Giacchino emerge maggiormente rispetto agli altri film della
scuderia Marvel, e pur restando sovente in secondo piano, quando gli
è concesso di attrarre l’attenzione degli spettatori risulta
accattivante, appropriata e ben ragionata.
Con Doctor Strange,
il misticismo e la magia entrano ufficialmente all’interno del MCU,
e sarà certamente interessante vedere come ciò interagirà con il
resto in futuro: la scena nel mezzo dei titoli di coda pare indicare
che non dovremo attendere eccessivamente a lungo per saperlo.
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