Note su Sherlock
Tra i prodotti della BBC più
internazionalmente celebrati ed apprezzati sin dalla sua
prima messa in onda, avvenuta nell’estate del 2010 nel Regno Unito
e a dicembre 2011 in Italia, Sherlock presenta un formato un po’
anomalo all’interno del panorama televisivo mondiale, più
utilizzato, a dire il vero, all’interno di quello del Regno Unito. Ogni stagione si
compone di soli tre episodi, della durata di un’ora e mezza
ciascuno: sarebbe facile pensare, prima della visione, che si tratti
di una collezione di film indipendenti tra loro, piuttosto che di una
vera e propria serie tv. In realtà ogni episodio è – a volte più,
a volte meno – collegato agli altri, ed appare in maniera
sufficientemente chiara la volontà dei suoi creatori e principali
sceneggiatori (Steven Moffat e Mark Gatiss) di costruire, all’interno
di ogni stagione, un arco narrativo più grande che abbracci tutta la
vicenda narrata, che si incentra sulla celeberrima coppia
investigativa creata più di un secolo fa dallo scrittore scozzese
A.C. Doyle, trasportandola però dalla Londra vittoriana a quella dei
giorni nostri, rielaborando liberamente numerosi elementi dei romanzi
e racconti originali. Non tutto, però, funziona alla perfezione
all’interno dell’opera, e per parlare del suo più grande pregio
è bene iniziare esponendone i difetti.
Un
elemento che sembra estremamente apprezzato dagli autori lungo tutta
la durata della serie è il colpo di scena scioccante, ripetuto ogni
volta che sia possibile, spesso smentito o ribaltato nel giro di
pochi minuti. Ciò diventa narrativamente problematico molto presto:
la quantità, in questo caso, nuoce alla qualità. Spesso inoltre
tali giravolte sono scarsamente giustificate sul piano della storia,
e a volte perfino su quello della logica; la sensazione che emerge
dopo un po’ è quella di trovarsi di fronte ad una storia che vive
nell’eccitazione del momento, senza essere in grado di svilupparsi
adeguatamente sulla lunga distanza. Ancora più grave è il fatto che
nemmeno gli eventi più terribili, almeno fino alla terza stagione
(la quarta debutterà a gennaio 2017), sembrano avere conseguenze
correlate al loro peso: anche le decisioni più difficili e pesanti
possono venire capovolte completamente, con un ritorno allo status
quo, nel giro di poche scene. Questo affossa inevitabilmente la
potenza emotiva della vicenda raccontata da Sherlock: se nulla è
abbastanza importante da modificare irreversibilmente il mondo dei
suoi personaggi, in modo che un ritorno alla situazione iniziale sia
del tutto impossibile, allora niente di ciò che viene messo in
scena, per quanto affascinante possa essere la sua rappresentazione,
avrà sufficiente peso da poter coinvolgere intensamente lo
spettatore ad un livello più intimo di quello puramente sensoriale,
che vada oltre la pura fruizione delle immagini verso qualcosa di più
stimolante ed interessante.
La terza stagione mostra chiaramente i
segni dell’intenzione di concentrarsi sui personaggi e sulla loro
evoluzione caratteriale, più che sui misteri che avevano dominato le
prime due: ciò però accade in maniera così improvvisa e poco
sfumata, senza intrecciarsi – almeno per gran parte del tempo –
con le azioni vere e proprie che vengono compiute, che l’importanza
che ciò dovrebbe avere agli occhi degli spettatori è compromessa.
Non giova a tale scavo nell’emotività di Sherlock e John il
continuo ricorso alla dilatazione narrativa: momenti che nella realtà
durerebbero soltanto pochi secondi occupano invece una parte molto più estesa di
minutaggio, piena di effetti visivi e sonori, ralenti, flashback e
tagli bruschi: il contenuto, per quanto potente, dopo un po’ si
esaurisce e ciò che rimane è una forma eccessivamente stiracchiata.
La serie peraltro fa ampio uso di post produzione digitale e scritte
in sovrimpressione per esemplificare le contorte deduzioni del
detective protagonista, e in alcuni casi anche come elementi
decorativi utili a facilitare la transizione tra le sequenze; l’idea
certamente è interessante e furba (scrivere i testi degli SMS sul
fotogramma è un ottimo stratagemma per evitare di dover girare
infiniti, tediosi dettagli dello schermo di un cellulare), tuttavia è
usata con troppa frequenza, contribuendo a rendere il montaggio
ancora più frenetico e schizofrenico di quanto già non sia.
Il
quadro fin qui delineato non sembrerebbe particolarmente lusinghiero:
a onor del vero bisogna aggiungere che tutte le stagioni hanno, al
loro interno, dei buoni momenti, in gran parte dovuti alla bravura
del cast di attori.
Non è
certamente una novità che Benedict Cumberbatch e Martin Freeman
abbiano raggiunto la fama mondiale e l’olimpo hollywoodiano grazie
a Sherlock; le loro performance, chiaramente molto differenti ma
ugualmente intense e studiate, sono infatti più che degne di nota.
La serie, dal canto suo, fornisce loro numerose possibilità di
mettere in mostra l’ampia estensione delle loro abilità. Dal
tragico al comico, non c’è grado dell’arte recitativa che i due
non attraversino con la stessa grazia lungo le puntate, elevando
battute confuse e snodi narrativi non sempre ben focalizzati. Il
dottor John Watson nelle mani di Freeman diventa un ex-militare
squadrato e apparentemente pacifico, ma in realtà animato da un
nervosismo di fondo che a volte emerge in superficie tramite un
guizzo della bocca o un espressione fulminea, un uomo dall’aspetto
ordinario e pieno di sentimenti, che si pone in contrasto con il
gelido sguardo e la figura longilinea dello Sherlock Holmes di
Cumberbatch, tanto a suo agio negli invisibili percorsi della pura
ragione quanto ignaro delle norme non scritte della società,
manipolatore e pronto a qualsiasi cosa per arrivare alla soluzione di
un caso che appare irrisolvibile, pervaso da un malcelato compiacimento quando espone le
proprie deduzioni con sicurezza, nella propria voce calda e bassa, ad
una media di trenta parole al secondo. Ciò che più di ogni altra
cosa sembra accomunare questi due esseri umani tanto diversi è la
necessità quasi morbosa e in fondo un po’ romantica di andare alla
ricerca del rischio, contro ogni buon consiglio. Watson, invece di
affrancarsi dalla sua esperienza nella guerra in Afghanistan, pare
sentire il continuo bisogno di ritrovare esperienze similmente
pericolose all’interno del tessuto urbano della capitale
britannica, come se non fosse in grado di adeguarsi alla piatta
esistenza da comune cittadino; Holmes, che la natura ha benedetto e
insieme maledetto con il dono di una mente eccezionale, rischia la
propria vita nel tentativo di combattere la soffocante noia che
suscita in lui un mondo troppo poco intellettualmente stimolante.
Proprio questo senso di insofferenza verso la placida stupidità del
resto degli esseri umani lo porta a scontrarsi con Jim Moriarty, suo
doppio che però ha scelto di schierarsi con il crimine invece che
con la giustizia. L’irlandese Andrew Scott interpreta la nemesi del
detective più famoso al mondo come una sorta di Joker privo del
trucco, animato da una lucida follia sempre pronta ad esplodere in
cantilene e urli rabbiosi e, pur non avendo una gran quantità di
scene, lascia certamente il segno.
Per quanto riguarda i ruoli secondari, Ruper Graves esprime con
semplicità la schiettezza e il senso pratico dell’ispettore
Lestrade. I personaggi femminili, rappresentati principalmente dalla
signora Hudson (Una Stubbs), dalla dottoressa Molly Hooper (Louise
Brealey), da Mary Morstan (Amanda Abbington) e da Irene Adler (Lara
Pulver), sembrano meno curati rispetto a quelli maschili, e in alcuni
casi quasi macchiettistici, spesso definiti unicamente da un legame
amoroso, più o meno concretizzato, il che è decisamente un peccato,
al quale c’è comunque il tempo di rimediare. Il cupissimo trailer
della quarta stagione è già visionabile su YouTube.
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