Il ponte delle spie (Bridge of Spies, Steven Spielberg, 2015)
Uno dei temi ricorrenti che più spesso
mi pare di rintracciare nella filmografia di Spielberg è quello
dell'incontro tra due individualità separate da un confine piuttosto
netto (delineato, per esempio, dalla società, dalla provenienza o dalla
politica) che si scoprono in grado di comunicare e arrivano a
provare, l'una per l'altra, una sincera stima. È un'immagine che
ritorna trasversalmente, nei film più impegnati ma anche in quelli
che apparentemente lo sono meno, da E.T. l'extraterrestre (E.T., 1982) a
Schindler's List - La lista di Schindler (Schindler's List, 1993), da Sugarland Express (The Sugarland Express, 1974) ad Amistad (1997). Sotto un certo
punto di vista Incontri ravvicinati del terzo tipo (Close Encounters of the Third Kind, 1977) è tutto un grande
tentativo di comunicazione tra diversi. Ne Il ponte delle spie le due
polarità agli opposti sono l'avvocato newyorchese di successo e
dalla saldissima etica James Donovan (Tom Hanks) e la spia russa
Rudolf Abel (Mark Rylance). Al primo viene assegnato un compito
impossibile: essere il difensore d'ufficio del secondo, contro il
quale ci sono prove schiaccianti e che la grandissima maggioranza del
paese desidererebbe vedere condannato a morte.
Durante gli incontri
necessari a prepararsi alla discussione della causa Donovan scoprirà
in Abel un uomo stoico e coraggioso al di là dell'appartenenza
politica e cercherà di evitargli la peggiore delle sorti con
passione e dedizione, inimicandosi famiglia, colleghi e opinione
pubblica ma guadagnandosi il rispetto del suo assistito. Nel frattempo,
un pilota ed uno studente di economia americani vengono catturati
rispettivamente dai russi e dai tedeschi della Germania Est, entrambi
con la stessa accusa, fondata nel primo caso ma non nel secondo:
spionaggio. Il destino dei tre uomini sarà posto nelle mani di
Donovan, incaricato dalla CIA di trattare lo scambio di spie con i
russi in una Berlino da poco spezzata in due dal muro. L'avvocato
tenterà di districarsi all'interno del complicato gioco politico
(che coinvolge tre governi, USA, URSS ed una DDR in cerca di
riconoscimento) utilizzando tutte le sue capacità dialettiche,
battendosi per riportare a casa anche il giovane studente, che il governo americano preferirebbe abbandonare in una cella
per non rischiare di mandare all'aria l'accordo con i russi senza
riuscire a recuperare la propria spia e le informazioni contenute
nella sua testa.
La sceneggiatura, opera di Matt Charman
e Joel ed Ethan Coen, è fittamente intessuta di contrattazioni e
velate minacce; i dialoghi, va da sé, spadroneggiano, e sono gestiti con misura ed equilibrio. La regia di
Spielberg è essenziale ed elegante, una maestria apparentemente
tanto disinvolta da riportare alla mente Giotto che traccia una
perfetta “o” in un solo, fluido gesto. Le inquadrature sono
attentamente costruite, un occhio sempre volto all'equilibrio
geometrico tra gli elementi, personaggi, sfondo e oggetti di scena.
Il falso raccordo tra l'aula del tribunale e quella scolastica è
memorabile, e la delicatezza e del finale, a cui si arriva dopo la ruvida e angosciosa sincerità dello scambio sul ponte, è sorprendente. La colonna
sonora di Thomas Newman, che sostituisce il solito John Williams
bloccato da un problema di salute, è un buon accompagnamento che sa
farsi da parte e lasciare spazio alle parole senza diventare
incolore. Tra gli attori, al di là della consueta bravura di Tom Hanks, merita indubbiamente una menzione Mark
Rylance, che cattura l'attenzione interpretando un personaggio
dimesso e misterioso in grado comunque di trasmettere una grande
forza interiore, punto importantissimo all'interno della narrazione.
In un certo senso Il ponte delle spie è un altro racconto (certo non
l'ultimo) all'interno della raccolta cinematografica che il regista
di Cincinnati ha dedicato al rapporto dell'uomo con la storia, al
modo in cui il singolo si confronta con il grande ingranaggio degli
avvenimenti a lui contemporanei, come li influenza e come viene
influenzato. Come Lincoln (2012) anche questo è un film dal
respiro lento e ponderato, e che perciò richiede allo spettatore
un'attenzione un po' più elevata di quanto ci si possa aspettare a
giudicare dal trailer, che lo presenta piuttosto come un thriller dal
ritmo veloce. Non è il caso di spaventarsi, però, visto che la
ricompensa è un film solido e di ottima fattura, con al centro una
vicenda di grande valore, che saprà regalare nuovi spunti di
riflessione ad ogni visione.
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