The Revenant – Redivivo (The Revenant, A.G. Iñárritu, 2015)
The Revenant – Redivivo è un film
bifronte. Da una parte c'è una natura purissima, incontaminata e
pericolosa, un distillato di wilderness che sembra provenire da altri
tempi grazie all'arte fotografica di Emmanuel Lubezki (candidato
sette volte al premio Oscar e due volte vincitore, per Gravity e
Birdman); cieli, fiumi, rocce, alberi e montagne dipinti sullo
schermo con colori ricercati e stesi con una cura prodigiosa. La
coscienza si perde nei dettagli, nelle piccole onde tremolanti
intrise di luce, nella morbida pastosità di un immacolato manto
nevoso, nel rosso acceso delle fiamme, nell'umidità puntiforme della
nebbia. È un mare in cui è dolce smarrirsi per un po', cullati da
un sonoro che contribuisce in maniera decisiva a rendere il più
immersiva possibile l'esperienza della visione, catturando
addirittura il suono della neve che cade, quasi sulla soglia del
silenzio. Gli esseri umani, l'altra parte dell'equazione, si spostano
arrancando su un terreno difficile ed ostile da cui sembrano
continuamente respinti. Gli indiani Arikara li attaccano alla maniera
di geni del luogo. Rapiti dallo spettacolo di nuvole in lento
movimento, di un'aurora sospesa sopra un cielo stellato, ci
disinteressiamo dei loro destini, ed è proprio qui che il film forse
manca il bersaglio.
Sul fatto che ci si trovi davanti ad un
lungometraggio narrativo non possono sorgere dubbi: protagonisti,
antagonisti ed eventi sono chiaramente delineati. Il film prende
spunto in parte da una vicenda realmente accaduta: nell'America quasi
vergine del 1823 un uomo, Hugh Glass, venne abbandonato dai suoi
compagni di spedizione dopo essere stato lasciato apparentemente in
fin di vita da un grizzly, trovandosi così costretto ad iniziare
un'ardua battaglia per la propria sopravvivenza.
La sceneggiatura
rende il Glass interpretato da DiCaprio un vedovo con figlio per metà
indiano al seguito, tentando, credo, di aumentare l'impatto emotivo
dell'intera vicenda dando all'uomo, tramite un terribile omicidio, un
ulteriore motivo per vendicarsi. In realtà un approccio più diretto
alla vicenda avrebbe forse giovato di più: non si riesce comunque ad
empatizzare davvero con i personaggi, dei quali quel poco che
sappiamo non è sufficiente a suscitare in noi qualche emozione per
le loro sventure. Gli intermezzi onirici, che dovrebbero aprirci uno
spiraglio sul mondo e sul passato di Glass, risultano criptici ed
inefficaci, tanto quanto la voce over della moglie, che con la sua
metafora trita sull'albero e sul vento finisce per risultare
fastidiosa. Solo il John Fitzgerald di Tom Hardy spicca veramente:
violento e animalesco, integrato con l'ambiente circostante più di
ogni altro, borbottante e logorroico, l'avversario di Glass si aggira
tra gli uomini come una bestia in cerca di cibo, pericoloso e
affamato ma mai veramente cattivo; l'attore londinese, aiutato anche
da un maggior numero di battute rispetto a DiCaprio, dà vita ad un
personaggio semplice ma chiaramente delineato, offrendoci la migliore
interpretazione del film.
I virtuosismi di Iñárritu, per nulla
inaspettati, sono presenti in forze: la macchina da presa sfrutta
ogni scampolo di movimento del profilmico per sbizzarrirsi in
movimenti incredibilmente complessi, staccando il meno possibile e
privilegiando piano sequenza e long-take, e ciò dà vita in certi
momenti a scene di particolare spettacolarità, come nel caso del
primo attacco degli indiani, anche se in altri finisce per risultare
un esercizio di stile eccessivamente insistito, in cui l'imperativa
necessità di protrarre la ripresa il più possibile si scontra con
l'effettiva economia del racconto. Perfino la tanto anticipata scena
dell'attacco dell'orso, pur essendo un notevole prodigio tecnico, è
risultata ai miei occhi talmente votata ad un supposto realismo
estremo da superarlo, giungendo al surrealismo e mettendo a dura
prova la mia sospensione dell'incredulità.
La prima parte del film,
in cui ad essere al centro dell'attenzione è un gruppo di compagni,
trovo che funzioni meglio di quella centrale, in cui tutto è riposto
sulle spalle di DiCaprio, che si esibisce, più che in una prova di
recitazione, in un esercizio di ascesi mistica che si rivela presto
un po' monocorde, più per colpa della regia che dell'attore.
The
Revenant – Redivivo presenta allo spettatore momenti di grande
bellezza e raffinatezza tecnica, come la sequenza incentrata sulla
carcassa del bisonte oppure i fotogrammi in cui, dall'oscurità
nebbiosa di una foresta emergono lentamente, ovattati dalla foschia,
gli aloni rossastri di alcune torce; tuttavia spesso e volentieri la
pesante macchina cinematografica messa in piedi dal regista messicano
finisce per soppiantare la storia, per nulla complessa tra l'altro,
relegandola nella posizione di nota a margine all'interno della
maestosità della natura selvaggia restituita dallo schermo, senza
però che questo si tramuti in precisa scelta narrativa. Nulla ci fa
pensare, infatti, che alla natura sia affidato effettivamente il
ruolo di divinità indifferente al genere umano; sembra piuttosto
procedere su binari paralleli a quest'ultimo, senza mai toccarlo
veramente.
L'idea che mi sono fatta, in
conclusione, è che The Revenant – Redivivo sia più un'esperienza
sensoriale da fare in una sala cinematografica ben attrezzata che un
film vero e proprio da guardare per apprezzare lo sviluppo della
vicenda; sicuramente l'intenzione del regista era la seconda ma il
risultato finale, ai miei occhi, propende decisamente di più verso
la prima opzione, il che non è in sé un male, ma lo qualifica
forse, piuttosto, come un film riuscito soltanto a metà.
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