Mad Max: Fury Road (George Miller, 2015)
Il minimo comun denominatore del
cinema, l'elemento senza il quale non potrebbe esistere in quanto
tale, è, a mio parere, l'atto di guardare un'azione su uno schermo.
Parole, musica e rumori sono elementi collaterali, utili ma non
imprescindibili; un film inizia ad esistere nel momento in cui una
serie di immagini prende, trasferendosi dal montaggio alla mente
dello spettatore, le fattezze di una storia. Il godimento giunge
quando ci si perde nei fotogrammi, nell'attimo fuggevole in cui la
realtà trascolora in rumore di fondo e la propria coscienza si
discioglie in un ribollente agglomerato di sensazioni, prigioniera di
un riquadro ed insieme liberata da esso.
Mad Max: Fury Road è un perfetto
esempio di questa maniera di intendere la settima arte.
Tutto è nelle immagini. Conosciamo i
personaggi con gli occhi, analizzando il loro corpo, i vestiti che
portano, le armi che usano. Gli attori
recitano più con il corpo che con le battute, Max (Tom Hardy) e
Furiosa (Charlize Theron) sono iconici, disegnati più che scritti.
Immortan Joe (Hugh Keays-Byrne) non ha
bisogno di aprire bocca per farsi identificare come antagonista, e
gli angelici veli bianchi delle sue giovani mogli valgono più di
ogni altra caratterizzazione. Il personaggio di Nux (Nicholas Hoult)
delinea, tramite la sua persona e le sue farneticazioni, i contorni
del folle universo che ruota attorno alla Cittadella, la sua folle
mitologia post-apocalittica, un culto che ricostruiamo tramite
frammenti sparsi e per questo ancora più affascinante.
Tutto è letteralmente esposto nelle luci e nelle ombre delle
inquadrature. La fotografia è splendida, brillante, nitida,
contrastata: una presa di distanza dalla tendenza di tanto cinema
moderno ad affidarsi a toni spenti. A grandi esplosioni corrispondono
altrettanto grandi eruzioni di colore. Le scene in notturna, girate
nel sole cocente del deserto namibiano e poi elaborate in
post-produzione, hanno un piacevole retrogusto di tintura da film
muto, il loro blu è tanto innaturale quanto attraente. Il montaggio
è un motore al massimo dei giri, sfreccia al limite sfidando la
sensibilità dei nostri nervi ottici, una tempesta controllata e che
riesce a non scivolare mai nella gratuità, come pure sarebbe facile
fare considerata la freneticità degli eventi, rendendo ogni sezione della lunga corsa allettante per la vista.
Pare che George Miller abbia espressamente voluto una donna al
montaggio, Margaret Sixel, per evitare che Mad Max: Fury Road finisse
per sembrare come ogni altro film d'azione. La componente femminile
(e anche parecchio femminista) della vicenda narrata è degna di
nota: raramente ci è capitato di vedere una tribù di amazzoni priva
dei soliti stereotipi che le donne si trovano a dover subire in certo
cinema. Non ci scorderemo tanto presto l'anziana cecchina. Anche le
(ex)mogli di Immortan Joe evitano il rischio di diventare dei
bellissimi e vuoti mezzi per portare avanti la trama e, seppure
inizialmente in balia degli eventi, dimostrano con il tempo di essere
in grado di battersi per la loro libertà. L'imperatrice Furiosa ha
tutti gli elementi per poter essere paragonata ad una Sarah Connor o
ad una Ripley, il che è ovviamente un gran pregio. «Ammirami»
esclamano i Figli della Guerra prima di sacrificarsi per il loro
signore, e noi docilmente obbediamo, risucchiati dentro un grandioso
spettacolo di fuoco, sabbia, benzina, metallo e gomma. Che vinca o
meno uno o più Oscar, Mad Max: Fury Road volerà in eterno,
fiammante e cromato.
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