Macbeth (The Tragedy of Macbeth, Roman Polanski, 1971)
Un mese fa, all'incirca, ho avuto modo
di vedere Macbeth (Justin Kurzel, 2015) e, nonostante la presenza del
bellissimo Michael Fassbender, non mi è piaciuto. Cercherò di non
dilungarmi troppo, perché non mi dà soddisfazione parlare male di un film e
inoltre questo post dovrebbe parlare di altro: dirò semplicemente
che, tralasciando i bellissimi costumi e la fotografia patinata, la
regia non mi è sembrata in grado di sfruttare un'idea pure
interessante come quella di rendere le celebri parole del Bardo alla maniera di una cantilenante preghiera, un
tentativo, forse, di tracciare una specie di cerchio magico,
richiamando l'aura religiosa tipica delle tragedie antiche.
L'australiano Kurzel sembra perdersi nel testo, incapace di
dominarlo, i piani e i campi sembrano scelti piuttosto casualmente,
accoppiando spesso primi piani e battute tipicamente teatrali in un
modo che finisce per risultare forzato. Il ripetuto utilizzo del
ralenti durante le scene di battaglia, volto, credo, a dare un'idea
di quadro in movimento, finisce per risultare presto profondamente
irritante. Le modifiche e le aggiunte alla storia, peraltro,
finiscono per non risultare giustificate a sufficienza. Dopo qualche
giorno dalla visione mi sono accorta che la mia fame di storie
sanguinose di potere ed ambizione non era stata per nulla saziata,
perciò, raccogliendo un casuale suggerimento della vita – l'app di
un'amica aveva associato erroneamente al film appena uscito la
locandina del Macbeth sbagliato – mi sono messa alla ricerca della
trasposizione cinematografica del dramma shakespeariano diretta da
Roman Polanski nel lontano 1971.
La pellicola si pone in una posizione
piuttosto peculiare all'interno della filmografia del regista
polacco: si tratta infatti della prima da lui diretta dopo il
terribile omicidio della moglie e di alcuni amici nella sua villa
californiana ad opera dei seguaci di Charles Manson, e molti,
all'epoca, rintracciarono un collegamento tra l'impostazione cupa e
sanguinosa della messa in scena ed i luttuosi avvenimenti della vita
reale. Mesi dopo l'assassinio, ormai abbandonata la regia di The Day
of the Dolphin, Polanski decise di impegnarsi a portare sullo schermo la grande tragedia del potere shakespeariana insieme al critico teatrale Kenneth Tynan.
I titoli di testa potrebbero suscitare una certa sorpresa,
considerata l'apparizione di una tale Playboy Productions tra i
produttori. I maggiori studios hollywoodiani rifiutarono infatti di
finanziare il film, e Victor Lownes, un amico del cineasta,
vicepresidente della Playboy Enterprises in Inghilterra, riuscì a
convincere Hugh Hefner a fornire il supporto economico necessario. Strano ma vero.
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Jon Finch (Macbeth) indossa una giacca con il logo di Playboy sul set. |
In effetti i toni e i colori della pellicola sono, in ogni sua parte, piuttosto tetri e lugubri; Polanski sceglie, contrariamente a quanto accade all'interno del testo teatrale, di ritrarre tramite l'occhio della macchina da presa tutto l'orrore degli assassinii e delle visioni di morte, senza risparmiare quasi nulla allo spettatore, non attardandovisi troppo ma arrivando spesso, comunque, al macabro. Lo stile di regia è quello, rigoroso e preciso, a cui il regista ci ha da sempre abituati: le inquadrature sono lunghe, spesso ampliate da lenti movimenti di macchina con una direzione ed un intento ben preciso.
L'apporto della colonna
sonora è minimo, anche se ogni caso essenziale; un silenzio
inquietante occupa gran parte del campo sonoro, soprattutto nei
momenti di maggiore tensione, spezzato soltanto dalle parole dei
personaggi. La scelta di rendere i monologhi teatrali come
riflessioni interiori dei protagonisti, sussurri a bassa voce che si
sovrappongono ai volti pensosi del barone di Glamis (Jon Finch) e
della sua tremenda sposa (Francesca Annis) è semplice ma di effetto,
e ben sfruttata. I primi piani sono utilizzati con parsimonia e nella
gran parte riservati all'ambiziosissima coppia che pur di ottenere il
potere accetta di macchiarsi di sangue innocente. Lady Macbeth,
inizialmente, è una donna fredda e calcolatrice, pronta
a tutto, suggerisce atti terribili al marito sorridendo; quando il peso delle proprie azioni si farà sentire
perderà la ragione, soltanto più l'ombra di se stessa. La follia non risparmierà neppure Macbeth, che dopo un riluttante inizio continuerà a lordare le proprie mani di sangue nel tentativo di eliminare qualunque minaccia alla sua posizione. Il ruolo del
personaggio di Ross, un barone scozzese, originariamente molto
limitato e quasi per nulla caratterizzato, è espanso
intelligentemente, non dotandolo di nuove battute o inserendolo in
scene dove non era presente, il che sarebbe certamente stato molto
rischioso, ma indicando soltanto tramite la regia il suo essere un
opportunista spregiudicato ed indifferente alla sofferenza degli
altri.
Simbolismo ed immagini oniriche sono presenti in forze, come
spesso capita di riscontrare lungo la carriera del regista di
Cul-de-Sac (Roman Polanski, 1966). La visione di Macbeth nell'antro
delle streghe, l'uccisione dell'orso e l'atto ripetuto di versare e
pulire un liquido scuro sono sintomatiche di questa attenzione alle
metafore visive e alla loro importanza. Il finale, l'unica parte
aggiunta alla tragedia shakespeariana, è una stilettata gelida ed
inquietante, una scelta narrativa che il regista polacco mostra da
sempre di apprezzare particolarmente. Il male, iniziato con il tradimento del barone di Cawdor, sembra essere eternamente destinato a ripetersi.
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